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30 anni: donna

Tempo fa ho letto la risposta di Aldo Cazzullo ad una giovane mamma.
Una donna che è mamma è più forte. Perchè dà la Vita. Bello. Io ci credo, e l’ho visto negli occhi e nello spirito delle poche giovani mamme che conosco. E mi sono chiesta:
È importante che un giornale come Il Corriere della Sera metta in prima pagina la considerazione di un giornalista come Cazzullo sulla materia? Sì. Ed è un grande segnale, mi auguro il primo di una lunga serie. Ma diciamola tutta.
Non è vero che in Italia il lavoro non c’è. Il lavoro c’è. È pagato male e devi mentire su come ti vedi tra 5 anni, ma c’è, basta essere disposto a mettersi in gioco. Parecchio.

Photo by Mpho Mojapelo on Unsplash

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Qualunque ragazza di età compresa tra i 26 e i 35 anni si imbatte regolarmente in datori di lavoro super cortesi, che dopo colloqui che neanche per entrare alla Nasa ti pongono la fatidica domanda: «e lei..? Interessi? Hobby? Sposata..non so..figli..? Ne ha, li desidera..?»
Ora, al di là dell’aspetto tragicomico in cui vedi questi uomini che, potrebbero essere tuo padre, farti domande fondamentalmente intime – perchè non credo ci sia qualcosa di più intimo del desiderio di maternità – cercando di mantenere, insomma, very cool – tipico dell’Amministratore Delegato – non fai in tempo ad elaborare il fatto che marito e figli siano nella stessa frase di interessi e hobby che di colpo senti le palpebre calarti esplicitamente a mezz’asta di fronte alla premura che viene sfoderata ancora prima che tu riesca a rispondere:
«Ah, non vorrei si facesse un’idea sbagliata..chiaramente noi siamo per la famiglia, molti dei nostri dipendenti hanno figli, e siamo ben lieti di avere un’azienda sana. Ma vede, stiamo cercando una figura che non abbia particolari limiti (!!!!) su cui si possa contare (!!!!!) e che sia pronta a considerare qualche sacrificio (!!!!!!!!!!!!!!!!!!!)»

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Ecco, me lo immagino in quel momento da performance teatrale, riuscire a rispondere con il tono vibrante di Vittorio Gassmann, lo sguardo impavido di William Wallace davanti agli inglesi e la voce fiera di Kennedy a Berlino, e dire una cosa tipo «…eh ma lei lo sa che la maternità rende una donna più forte?»
Ma le assurdità vere arrivano dopo. Quando inizi a lavorare e ti rendi conto che è faticoso dover comunicare 2 giorni di malattia figuriamoci una maternità.

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Quando nella migliore delle ipotesi ti viene proposto un contratto molto differente, dove per lavorare due ore di meno al giorno lo stipendio ti viene quasi dimezzato. Quando magari riesci a mantenere il posto di lavoro ma al rientro ti fanno muro. Quando nessuno ti assume perché hai tra i 28 e i 34 anni ed è un’età pericolosa a prescindere da quello che desideri. Quando nessuno ti assume perché hai bambini piccoli, e ti viene negato il diritto di lavorare e dargli le possibilità che meritano.
Va bene il sudore, la fatica, l’abnegazione. Il sacrificio, appunto. Ma esiste una sottile linea rossa tra il sacrificio e la violenza.

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Perchè quello che questa società sta facendo alle donne, con un calo delle nascite senza precedenti nella storia dell’Italia Unita, quasi 100.000 bambini in meno dal 2008, 17mila solo negli ultimi 6 mesi, e giustificazioni del tipo «eh ma le donne nate negli anni 80 sono più emancipate e non vogliono figli» purtroppo sì, è una forma di violenza.
Subdola e silente. Ma lo è.

Caterina Rai 
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