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30 anni e pensarla diversamente

Qualche anno fa andai a vedere Il capitale umano di Paolo Virzì.

Stavo finendo l’università, lettere, e malgrado ci fossero mille difficoltà e venissi da una famiglia per nulla ricca non mi impedivo di sognare sul luminoso futuro che mi si apriva: volevo fare… boh? Che volevo fare? Quasi non lo ricordo: lo scrittore sicuramente, e poi il consulente editoriale, lo sceneggiatore… mi venne naturale immedesimarmi nei vinti di quella storia: l’esperto di teatro, i ragazzi che lottano per un avvenire che gli permetta di coltivare le loro ambizioni artistiche, etc.; insomma, gente alla quale credevo di assomigliare.

Photo by Ahmad Odeh on Unsplash

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Oggi le velleità letterarie le ho messe in un cassonetto – e forse lì stanno bene – e faccio tutt’altro: investo soldi in agricoltura e nel settore energetico.
Non sono stra-ricco, ma vivo bene e quello che faccio mi riesce facile. Ecco, pochi giorni fa ho rivisto Il capitale umano e la mia prospettiva di immedesimazione è cambiata: ho dato ragione a Bernaschi, il finanziere: quello che alla fine del film vince perché ha puntato sulla rovina del suo paese; che considera gli altri troppo stupidi per capire quello che pensa e dice; sì, ho dato ragione a lui, e un po’ me ne sono vergognato.

Di ciò che faccio sono orgoglioso, intendiamoci: il punto è che tornando indietro di qualche anno ho visto un’altra persona: migliore o peggiore, non lo so.

Photo by Tyler Mullins on Unsplash

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Certo, il me del 2012 indossava anfibi cinesi di plastica, jeans da quindici euro, felpe colorate, camicione a scacchi, all’indice destro un anello di ferro comprato alle bancarelle fuori dall’università; niente in comune con le belle scarpe, i cappotti, il cachemire e le camice sartoriali che indossa oggi l’altro me, quello che sorride al cinico Bernaschi.
Però, mi chiedo, quanto costa tutto questo in termini di valore umano? Sono ancora in grado di credere nell’umanità?

Il me del 2012 credeva nelle persone: sì, ci credeva.

Photo by Jeremy Perkins on Unsplash

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Sperava nel progresso ed era convinto che ne sarebbe stato parte attiva; parlava agli altri dei libri che leggeva perché voleva che li leggessero anche loro; si occupava di politica; ascoltava le canzoni di De André e diceva: “Ammazza zi’, c’hai ragione!”

Oggi dei libri che leggo non parlo, tanto nessuno legge e poi sarei noioso; la politica? Sì, un impegno che confina con la rottura di palle, che tanto poi non cambia niente; le canzoni di De André, che belle, che poesia… sì sì, certo, però i pensieri si pensano e i fatti si fanno e io c’ho pure da fare.

Photo by Thought Catalog on Unsplash

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Il me del 2012 di colpi bassi dalla vita ne aveva ricevuti ancora pochi e per questo, benché povero, era ancora illuso e appassionato; il me del 2018 le botte le ha prese e ha reagito, certo, e oggi è benestante ma disincantato e senza più passione.

Ecco, appassionarmi alle cose è ciò che mi manca di come ero prima, quelle genuine curiosità che mi facevano leggere, cercare, capire, ascoltare, arrabbiare, pensare…

No no, è un mondo che non mi appartiene più. Lo penso mentre parlo con il mio interlocutore, che un tempo avrei cercato di convincere a leggersi David Foster Wallace, mentre oggi lo faccio parlare per capire che ha in mente.

Photo by Abdullah Öğük on Unsplash

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Ho ammazzato senza riserve quel ragazzetto spavaldo e fiducioso perché credevo che avesse sbagliato tutto ma, forse, qualcosa di buono e di utile ci sarebbe anche in lui: se lui ci fosse ancora, per esempio, non scommetterei sulla rovina di questo paese sapendo anche di vincere.

D.
itrentenni@gmail.com

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