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31

31 anni, un lavoro saltuario ma totalizzante, single, malata cronica, obbligata a vivere con i genitori.
Questa sono io in poche parole. In due aggettivi: infelice e insoddisfatta.
Vorrei dire che amo il mio lavoro, per cui ho studiato tanti anni e che mi dicono anche io sia brava a fare ma dopo due concorsi andati male (di cui uno a causa della mia malattia che ha scelto il giorno della prova per riacutizzarsi), dopo le occasioni sociali a cui ho dovuto rinunciare perché spesso lavoro nei weekend, ogni giorno che passa in questa situazione di precarietà mi fa sentire più frustrata e mi fa al contempo chiedere dove sia finita quella bambina che a 4 anni aveva ben chiaro cosa voleva essere da grande e quella neolaureata che sentiva di aver realizzato il sogno di quella bambina.

Photo by Senjuti Kundu on Unsplash

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E guai a lamentarmi perché è ancora uno dei lavori più invidiati al mondo perciò spesso mi sono sentita pure dire che sono fortunata, che sono parte di una casta, persino “lavori poco ma quando lavori guadagni bene”. Peccato che quel “guadagni bene” al netto delle tasse delle tasse non sia quanto gli altri pensano e non significhi comunque abbastanza per andarmene a vivere da sola in una città che oggi non offre nulla, ma ha i prezzi degli immobili fermi a quando era una perla turistica. Perché non me ne vado?
Perché nella maggior parte dei concorsi e delle graduatorie per il mio lavoro, la residenza dà precedenza e trasferirmi mi farebbe perdere i vantaggi guadagnati in questi anni. Lo avrei dovuto fare appena laureata ma all’epoca ero ancora ottimista e sognatrice, appunto. Ora, se lo facessi, butterei alle ortiche tutto.

Photo by Cristina Gottardi on Unsplash

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Di conseguenza, sto scrivendo questo post dalla mia cameretta, la stessa di quando ero bambina, con le foto della comunione in cornici argentate, lo specchio fatto in quinta elementare per la festa della mamma, gli sticker di Titti sullo stereo.
Io però in questa cameretta non riesco più a stare con la porta chiusa. Mi ci sento soffocare. Mi ci sento prigioniera.
Ogni tanto sogno di distruggere tutto per far spazio alla me adulta sapendo però che la me adulta spazio qua dentro non ne ha. Non so più dove mettere i miei libri, non so più dove mettere le mie scarpe e le mie borse, non so, e non ho mai saputo, dove mettere le bomboniere dei matrimoni degli amici e dei battesimi dei loro figli.

Photo by Robyn Budlender on Unsplash

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Perché in tutto questo, mentre io scrivo qui dentro, ho amiche che hanno un lavoro fisso, una casa di proprietà, un marito, uno o più bambini. Solo quest’anno,
nella cerchia di amici che frequento abitualmente: quattro convivenze, due matrimoni, una gravidanza.
Frequento solo coppie che frequentano altre coppie.
Le pochissime amiche single sono lontane per i loro lavori. Sono rimasta, tra tutti, l’unica a non essere fidanzata e a vivere con i suoi.

Photo by Kelsey Chance on Unsplash

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Qui forse dovrei dire che a me non importa, che essere single è figo, che avere mia mamma che mi stira le camicette è comodo, che ho il mondo in mano perché non ho figli da allattare, che frequento un sacco di uomini e non mi importa di averne uno fisso, che le pressioni sociali e l’orologio biologico non esistono…ma la verità è che sarebbero tutte cavolate. Quando ai matrimoni mi trovo sola a bordo pista mentre tutti i miei amici accoppiati ballano “Perfect”, quando mi sento dire da mia nonna che ringiovanirebbe di vent’anni se la rendessi nonna bis (sapendo che è vero), quando il bimbo tremesenne di mio cugino più giovane di quattro anni mi stringe il dito con la manine paffute, quando mio padre mi chiede dove vado e con chi perché finché sono sotto il suo tetto devo rispettare le sue regole…posso raccontarmela quanto mi pare ma la verità è che sento una stilettata nel profondo.
La verità è che non mi sento single, ma sola.

F.
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