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34 anni e la colpa di avere un compagno

Ognuno ha le proprie motivazioni per tollerare poco o scegliere di non dover tollerare più. 
Ognuno ha i suoi anni alle spalle di pazienza accumulata e poi finita. Si deve tollerare chi ha deciso di non tollerare. 
Problemi piccoli, problemi grandi… ricordiamo che il centimetro è soggettivo ed i problemi degli altri son sempre poco rilevanti rispetto ai nostri drammi. 
Io, per esempio, tollero le donne che da sole decidono di comprare una casa, quelle che ad un certo punto della vita hanno guardato i propri genitori e, pur provando quel naturale immenso amore, sono partiti.

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Quelli che, hanno sentito dentro una forte spinta dignitosa che ti porta ad abbandonare le certezze e ti trascina in una grande città a mangiare i barattoli di ceci perché costano poco. Tanto per essere chiare: il ragù della mamma piaceva anche a noi.
Purtroppo le statistiche parlano chiaro, tollero meno quelle che trovano la cena pronta e le bollette già pagate.
Una mia amica ha avuto il primo figlio a 24 anni, sono 11 anni che non può permettersi di essere superficiale.
11 anni.
Di cocktail che forse avrebbe voluto bere e vacanze che avrebbe voluto fare.
Piacevano anche a lei. Io c’ero e mentre le mie orecchie sono costrette a sentirvi dire che un buon compagno dovrebbe avere almeno una casa al mare ed una in montagna mi pare quasi di offenderla.

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Forse anche lei avrebbe voluto continuare a parlare a sproposito, a non dare peso alle parole ma non ha potuto, non ha voluto. Vedo persone che si amano e tirano in ballo la matematica per prendere le decisioni più importanti della loro vita.
Poi vedo donne grandi (anagraficamente parlando) pensare che esistano delle strade brevi per far carriera e di poter superare la vicina di scrivania perché il loro valore aggiunto è quello di essere sole senza compagno e nessuna intenzione di avere prole.
Perché nel 2020 le colleghe non competono tra loro per professionalità, ma per possibilità riproduttive. Perché loro di sforzi non ne hanno mai fatti e non sanno riconoscere quelli degli altri.
Triste? Molto.

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Dopo anni che, con serietà svolgi un lavoro, non è triste, è drammatico. Perché fai un lavoro in cui credi in un ambiente che ha creduto in te con gente che ha cercato di guardare dentro i tuoi spigoli per insegnarti una professione.
Una professione in un ambiente duro dove hai avuto la fortuna di resistere. Ma il dramma non è per quelle che subiscono, è per le altre che solo provano a competere. E chiunque minimizzi non ha la minima idea di cosa porti dentro quella borsa che non apri mai. E non sa quanto hai dovuto già tollerare, ed ora che finalmente hai ripreso fiato non te la senti di scendere ancora a spiegare chi sei e quanto ancora puoi sopportare.
Anche perché la risposta sarebbe “poco, molto poco”.

Anonimo
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