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Dentro la T dei Trenta

Il solito giorno di aprile, si sono fatti belli grassi e pieni e tondi, i miei anni, che a scriverli tutti, mi riesce ancora un po’ male.
Quando ero una bambina e guardavo i miei genitori, li vedevo adulti:
Avevano trent’anni e un loro preciso posto in questa terra. La sveglia suonava ogni giorno che non era nemmeno l’alba, il caffè lo prendevano al volo mentre correvano giù dalle scale per riscaldare il latte a chi ancora non voleva saperne di svegliarsi, fin quando si affacciava una vocina dalla porta chiusa appena appena : “Mamma, ti prego… ancora 5 minuti…” e la giornata in quel momento, solo in quel momento, pareva poter iniziare…

Photo by Gregory Pappas on Unsplash

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Avevano trent’anni i miei genitori e se li sentivano tutti. Si erano presi il posto fisso, avevano continuato a lavorare in fabbrica con il padre e stavano in casa a imparare a fare i genitori, a imparare a farlo bene che non è che ci voleva poco, mettevano sul fuoco le zuppe e ogni tanto, solo ogni tanto, andavano al cinema, quando i nonni non si addormentavano subito dopo il telegiornale delle 8:00.
Avevano la casa, avevano il loro bel lavoro e avevano anche la Panda bianca che per comprarla si erano dovuti vendere un quarto di terreno, quello che gli avevano regalato i bisnonni per il matrimonio che si erano sposati giovani, i miei genitori appena maggiorenni a dire il vero con pochi, pochissimi spiccioli e una vita davanti.

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Erano felici quei trentenni lì, si lamentavano, ma si lamentavano poco e non smettevano mai di fare il loro dovere.
Quando tornavano a casa, la sera, mettevano a letto i piccoli, davano loro un bacio in fronte e tornavano in cucina a prendersi il divano, tutto il divano, che in estate diventava fresco e si stava come sotto l’ombra di un albero di fichi con quelle foglie larghe come ombrelli che quando ci ficcavi la testa sotto, sembrava di toccare il paradiso.
C’è questa cosa che ho fatto a trent’anni e quando torno dal lavoro tiro fuori la carne dal freezer e verso un po’ d’acqua al basilico.

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Ho imparato a stirare, ma ho anche imparato che se le camicie le stendi bene sulla sedia, si stirano sole.
Al mattino, cambio stazione alla radio della macchina che ancora devo finire di pagare, ma la sento già così tanto mia che credo che, anche lei si sia affezionata a me, abbiamo fatto un patto di quelli che: “E vissero per sempre felici e contenti finché benzina non ci separi” e da allora mi riporta sempre a casa.
Quella in affitto, si capisce.

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Con le bollette sul microonde, i cestini della differenziata davanti il portone e i post-it con le frasi d’amore.
E la notte, in estate, ci andiamo a fare i bagni, scalzi e vivi e pieni come i nostri trent’anni tondi tondi come le O del monopoli e gli occhi cerchiati di Bart Simpson, con la voglia di un figlio e il desiderio di calpestare ogni metro quadrato calpestabile…
Che non è vero che il tempo scade, s’è fatto solo un po’ più lungo. S’è fatto solo un po’ più lungo.
Se non l’aveste ancora capito ho 30 anni.

F.
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