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Hai detto tinder?!?

Una giornata di primavera, la voce di Tommaso Paradiso nelle cuffie e nulla da fare in ufficio…
E così, eccomi qui a scrivervi, dopo aver letto tutte quelle storie di noi trentenni buttati nella mischia in questi anni duemila così incasinati.
Quest’anno saranno 35 e per una ossessionata come me dal tempo è un bel guaio.
Separata da un un anno e mezzo, con una figlia bellissima di 30 mesi e un matrimonio fallito mentre il pancione cresceva, da qualche mese ho deciso di uscire dal guscio e tornare a vivere la mia età.
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Ma come si fa quando tutto ciò che hai fatto negli ultimi due anni e mezzo è stato occuparti da sola di una pupina tanto desiderata, accettare la fine di un matrimonio con un bravo ragazzo che in fondo non hai mai amato totalmente e sentirsi come un cavallo imbizzarrito in una stalla troppo piccola?
Per fortuna che nella mia vita la butto sempre sul ridere. E così, ridendo, mi sono fatta convincere dalle mie colleghe e amiche a tentare la carta delle app “da rimorchio” (il copyright è di uno dei miei “rimorchi”).
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Scarico Tinder, m’iscrivo, ma non riesco proprio a farmi piacere questa modalità di “supermercato del maschio”: insomma, per una che ama la chiacchiera giudicare un uomo dalla faccia, da quante foto ha mentre si butta giù da una rupe e dall’abbigliamento non è proprio il massimo.
Scherzando con le amiche iniziamo a mettere “cuori” ad alcuni ragazzi (evitando accuratamente quelli che fanno sport, dato che il mio massimo sforzo consistere nel correre dietro a mia figlia e allacciarmi le scarpe). Pochi clic ed è già “match”, che praticamente significa che su un altro schermo qualcuno ha guardato la tua foto e ci ha messo il “cuore”.
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Spuntano “compatibilità” alla velocità della luce: troppe, mi gira la testa.
E vado avanti così per giorni: installa, disinstalla, cambia la foto profilo, scrivi una bio intelligente, cancellala, metti cuori, inizia a conversare… ma bho, io queste cose da bar virtuale mica le so fare.
Alla fine tra tira e molla varie, un sabato notte di quelli in cui manco Netflix ti da soddisfazione, spunta un ragazzo lontanissimo dalla mia idea di bellezza: biondo e con gli occhi azzurri.
Parliamo un po’, lui ha 41 anni, una figlia come me e mi sembra anche interessante. Ci scriviamo per un paio d’ore, non mi capitava di fare le due di notte di sabato da tempo immemore (l’ultima volta nasceva mia figlia!) e non so come ma riesce a smollarmi il numero di cellulare (quello aziendale, perché sono furba e diffidente io!).
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Dal giorno dopo è un continuo scriversi: che fai, dove sei, ci vediamo, come passi il tempo etc etc…
Io sono anche lusingata ma mi chiedo dove andremo a parare… Ne parlo in ufficio, la mia vita sentimentale è ferma ai box quindi anche un semplice scambio di battute per me è un affare di stato!
Decidiamo di vederci tre giorni di chat estenuanti dopo.
Un caffè di mezz’ora che va talmente bene che nei giorni successivi decidiamo di vederci una domenica pomeriggio: gita al parco, chiacchiere e alla fine qualcosa si fa (non fantasticate troppo, nulla di troppo erotico!).
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Io torno a casa e sono quasi ubriaca. Io, che volevo eliminare il genere maschile dalla faccia della terra e vivere come un eremita con mia figlia, ho addirittura limonato!
Il giorno dopo però il triste epilogo: chattiamo e mi svela di amare ancora la sua ex, mi tiene due ore chiedendomi cosa ne penso e alla fine esausta gli dico che non fa per me.
Lui sembra anche un po’ risentito, figuriamoci io! Qualche giorno dopo gli scrivo, ma ormai la cosa si è esaurita da entrambe le parti, è evidente.
E parte l’hashtag mentale #cheamarezza: in fondo mi era piaciuto essere guardata di nuovo da un uomo in quel modo, essere di nuovo una donna e non solo una mamma. Peccato.
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Arriva così un altro sabato sera, Netflix è ancora un fedele compagno ma io sono così innervosita dall’epilogo della prima uscita che prendo il coraggio a due mani e mi lancio scrivendo a un 40enne su Tinder: un altro fotografo, ancora occhi azzurri ma almeno questa volta è moro e ha la barba… il mio tipo ideale, insomma, almeno sulla carta – pardon – sullo smartphone.
Anche qui comincia un’altra conversazione più o meno intelligente. E io, nel mio letto a due piazze vuoto da troppo tempo, provo a guardarmi da fuori: ma sono davvero io?
Incredibilmente lascio anche a questo ragazzo il mio numero di telefono (sempre quello dell’ufficio, che finalmente ha motivo di esistere) e anche qui cominciano serrate conversazioni, dalle 7 del mattino a sera tardi. Ma che fortuna, penso, li trovo tutti io gli uomini chiacchieroni!
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E dopo un paio di giorni nasce la voglia di vedersi.
Piccolo particolare: non gli ho detto di avere una figlia e sono bravissima a non lasciar trasparire nulla nel corso delle conversazioni uozzappare.
Non che non voglia autodenunciarmi ma tempo fa una psicologa molto in gamba mi disse che non era necessario presentarmi a tutti: “Ehi ciao, ma lo sai che sono separata e ho una figlia?”
Decine di messaggi vocali dopo ci vediamo una sera vicino casa, in un posto che conosco e che mi rassicura.
Chiacchieriamo un po’, anche lui mi scruta da capo e piedi, io faccio finta di non accorgermene e do il meglio di me: battute a gogò, frecciatine e tutto il rodato repertorio da ragazza simil intelligente.
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Riesco anche a infilarci il matrimonio fallito e la figlia e la faccia che fa nell’esatto momento in cui scopro le carte non me la dimenticherò mai!
Due ore dopo torno a casa e sto quasi per aprire il portone di casa quando mi scrive che è stato un piacere conoscermi… Bingo!
Iniziamo a vederci a cadenza quasi regolare, ma io sono davvero arrugginita: mi innervosisco per qualsiasi cosa, ma lui è bravissimo a starmi dietro, ne sono davvero colpita.
Però c’è qualcosa tra di noi che non va e un giorno la cosa la mette in chiaro lui: pare io sia troppo “intelligente per lui” (giuro, ha detto proprio così), lui è diverso, poi in realtà il fatto che io sia mamma rappresenta un problema etc etc…
Io provo un po’ a tenere la cosa in piedi ma è evidente che, un mese dopo quel sabato sera, la cosa è morta.
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Fallimento numero 2, un po’ più pesante del primo perché in fondo ci avevo investito tempo, incastri di babysitter ed ex mariti, mascara, tacchi e rossetti vari.
Però oggi, a quasi due settimane dal nostro distacco, mi dico: “Ma di che stiamo parlando?”.
E questa riflessione la faccio in generale: non devo convincere nessuno della qualità del mio essere donna, madre, lavoratrice, con una vita incasinata e nonostante tutto sempre pronta a ridere.
Questi quarantenni irrisolti, che vanno a caccia di farfalle ma nessuna di quelle acchiappate sembra del colore giusto, non fanno altro che lamentarsi degli incontri con donne di solo neurone dotate e poi quando si presenta una che mette in fila due congiuntivi e una consecutio temporum è subito fuga?
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Io ci ho pure provato con queste benedette app, il mio secondo incontro le conosceva praticamente tutte e mi ha dato anche un po’ di dritte (ma pensa te che fortuna!) ma preferisco continuare a vivere nel mondo reale, a illudermi che prima o poi riuscirò a fare un discorso sensato con un uomo, che non basta aver superato i trentanni per credere che finalmente sia giunta la tanto agognata maturità.
Ho capito che a quasi 35 anni, con una figlia e una vita tutto sommato soddisfacente sono io quella con il coltello dalla parte del manico.
libri-e1472205651133Questa fase di #postadolescenza in cui sembrano essere precipitati gli uomini (cavolo, i 40 sono davvero i nuovi 20, almeno per loro), sempre spaventati da donne cazzute che sanno ridere delle loro sventure, che sanno parlare di tutto – anche di calcio – non finirà tanto presto.
Nel frattempo il magico mondo delle app può tornare da dove è venuto, la mia vita sociale ricomincia sì, ma con le amiche di sempre, la birra di sempre e le uscite vere, quelle tra i sanpietrini milanesi, quelle nei locali, quelle dei concerti di Brunori Sas.
Tutto il resto è supermercato del maschio che ha perso tutto il testosterone… ridateci Dylan McKay!P.
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