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Pensieri in libertà in una giornata di vento

Trent’anni. Trent’anni che considero, per vari motivi, metà della mia vita.
Magari non sarà così, ma per me sarebbe già un ottimo risultato. Trent’anni fa sono nata con una malformazione che, per la medicina dell’epoca, mi dava poche speranze. Eppure eccomi qua a trent’anni compiuti. Cosa dire di questi anni?

Innanzitutto devo dire grazie a quei due fantastici genitori che mi ritrovo, perché è stato solo grazie al loro coraggio e alla loro voglia di lottare che sono qua.
wonder-woman-dc-art-2009-660Perché diciamocelo: noi trentenni abbiamo dei genitori che fanno parte di una generazione meravigliosa e ci hanno insegnato a darci da fare, ci hanno detto che avremmo potuto fare qualunque cosa volevamo fare se ci fossimo impegnati abbastanza.
Ci hanno accolti, raccolti e coccolati quando ne avevamo bisogno e ci hanno dato un calcio nel culo tutte le volte che ci vedevano pigri e annoiati.
Ci hanno lasciato fare le nostre scelte (“io all’università non ci voglio andare!”) anche quando pensavano che sarebbe stato un errore. Ma ci hanno insegnato anche a prenderci la responsabilità di queste scelte: “Niente università? Ok, allora adesso vai a lavorare.”
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Nessuno della nostra generazione, chi più chi meno, ha avuto vita facile: le nostre aspettative erano altissime, la realtà molto più contenuta. Ma a modo nostro, come leggevo in un post di qualche tempo fa, siamo diventati tutti supereroi. E abbiamo tutti l’idea che, sì a trent’anni inizia la vita, ma non vogliamo aver sprecato i 29 precedenti, abbiamo tutti un po’ quest’idea che dopo trent’anni devi aver fatto qualcosa di buono nella vita, qualcosa di cui poter essere orgoglioso.
Qui entrano di nuovo in gioco le nostre aspettative che volano più alte della realtà.

Ma vi prego, ricordatevi tutti di fare ancora uno sforzo per vedere realmente le cose belle che avete fatto, che magari non hanno nulla a che fare con le vostre aspettative, ma ci sono, ci sono state e ci saranno.
LadoBuenodeLasCosas
Personalmente posso dire di essere arrivata a trent’anni con un misto di emozioni intense e contrastanti.
Li ho festeggiati in un reparto d’ospedale, il che non aiuta ad essere proprio allegri e contenti, ma di fianco ad ogni fatica ho messo una gioia.
Lo star male, la vicinanza dei miei cari; la noia, gli amici; il dolore, l’amore. Si perché anche se non ho un lavoro dove posso esprimi e dare il meglio di me (perché le aziende pretendono che tu sia presente 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 se vuoi avere un minimo di possibilità di crescita riconosciuta, ammalarsi non è contemplato) sto per sposarmi, anzi sto per sposare Alessandro.
ac02481f67642a158cdcd2823fc56b3aE per questo sono certa di poter essere molto orgogliosa oltre a sapere di poter dare il meglio di me.
E sono sicura anche di non aver sprecato tempo con gli ex poiché ognuno di loro e ogni sofferenza mi ha portata a capire cosa volevo e dove volevo impegnarmi. E abbiamo più di 250 persone che quel giorno vogliono festeggiare con noi.
Alcune delle quali lavorano in ambito ospedaliero, e quando in giornate come oggi vado a fare le mie visite di controllo e il personale mi ferma nei corridoi, mi chiede come sto, quando sarà il grande giorno e se possono venire a vedermi non posso non pensare che anche lì, anche nella malattia che mi ha obbligata a ridimensionare le mie aspettative, ho fatto qualcosa di buono.

F.
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