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Questa sono io

Trent’anni compiuti da poche settimane.
Pensavo sarebbe stato molto più strano e difficile, in fondo si tratta di un traguardo importante nel quale dovrebbero ormai essere chiari e consolidati diversi aspetti della tua vita come una casa, il lavoro e il matrimonio.
Sin da bambine veniamo cresciute con la consapevolezza che tutto sia scandido severamente dal tempo e dalle sue certezze, che ci sia un’età per tutto, senza nessuna via di uscita.
Da ragazzina ho sempre sognato di diventare una ricercatrice, di viaggiare per il mondo alla scoperta dei luoghi più nascosti e lontani ed ero così sicura di me da crederci davvero, nonostante a scuola mi avessero consigliato tutt’altro.

Photo by Ibrahim Rifath on Unsplash

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Non ero la ragazzina che si immaginava a 25 anni sposata con due bambini come le mie compagne di scuola, non sarebbe mai stato quello il mio posto; non per chi ha la testa sempre “altrove”, alla ricerca di nuovi mondi e storie, che confidava nel potere dello studio del passato, cresciuta poi con genitori separati che le hanno insegnato come la vita sia molto più difficile di quello che sembra e le storie d’amore non esistono o almeno non si concluodono come nei film di Audrey Hepurn.
Gli anni universitari nella “bella Firenze” di una giovane fuori-sede arrivata dalle sperdute campagne siciliane, mi hanno fatto conoscere persone straordinarie e altre che sarebbe stato meglio dimenticare, mi hanno messo davanti a tanti ostacoli e aiutato a capire cosa sarebbe stato meglio per me.

Photo by Heidi Kaden on Unsplash

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Ogni luogo in cui vivi e trascorri anche solo una piccola parte della tua vita ti lascia sempre qualcosa, Firenze è stata ed è questo, una città straordinaria, da mille colori e sfumature, così piccola e così dura a volte, nel quale nulla è dato al caso.
Ben presto ti rendi conto che il sogno della ricerca universitaria è un impresa quasi impossibile, o che almeno avrebbe richiesto molta pazienza e forse poche soddisfazioni nell’alternarsi di contratti a termine, girovagando per laboratori in Italia o all’estero, nella speranza dopo 5-6 anni (ad essere ottimiste) del tanto agognato posto di ricercatore.

Photo by Ross Sneddon on Unsplash

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Se penso forse ad una parola che meglio possa descrivermi dopo la laurea, credo sia “precariato”, non riferito solo al lavoro, ma inteso come status sociale, perché se all’incertezza lavorativa data da contratti co co pro, a tempo determinato o occasionale, ci aggiungi anche il precariato affettivo, il senso di inadeguatezza di essere in un mondo nel quale non sai identificarti, dove instaurare delle relazioni affettive durature è ormai impossibile e hanno la stessa durata dei tuoi lavori.
Eccomi adesso, a trent’anni appena compiuti, scrivendo queste parole nel mio monolocale, con un contratto stabile da pochi mesi e tanti punti interrogativi senza risposta.
Con la paura di un futuro incerto, ho la speranza di potercela fare a costruire ancora un futuro all’altezza delle mie aspettative.

L.
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