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Se una notte di inverno

Contesto:
Aspettando che mio padre si beva la sua tisana e che vada a dormire, di modo che io possa usifruire in solitudine dell’unico spazio della casa in cui internet funziona.
Io scrivo in cloud, quindi se non c’è internet non riesco a scrivere. É più forte di me.
Svolgimento:
Insomma ho temporeggiato in ogni modo che ho potuto.
Prima ho lavato i capelli, colonna sonora Gaber, “Lo Shampoo”. Sul flacone della maschera c’era scritto tenere in posa 3 minuti. Io l’ho tenuta 20 minuti. Non c’è via di scampo, quasi quasi mi faccio un altro shampoo.

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Poi ho pensato che poteva essere l’ora di lavarmi i denti. Metti che poi forse avrei potuto sgranocchiare qualcosa, quello era un modo anche per impedirmelo ed evitare di mangiarmi un’intera confezione di Haribo comprate due ore prima.
Invece che afferrare il solito dentifricio ho aperto l’armadietto del bagno: c’era una scatola, che peraltro ho comprato io in un delirio di amazon-dipendenza, una scatola dicevo con su scritto: “Bianco subito, in solo 1 ora”.
Che mi dico: licenziatelo sto responsabile della comunicazione, “subito” e “1 ora” non c’entrano niente come concetti uno con l’altro.
Ma a me faceva comodo, in quel momento, e dubito che mai, mai, mai in qualsiasi altro momento della mia vita la cosa ricapiterà.

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Ancora Gaber, scende l’acqua, scroscia l’acqua calda, fredda, calda… giusta.
Applico le strisce. Prima sopra. No aspetta, l’ho messa male. La stacco.
La riattacco: Oh che bene, è proprio perfetta ora. Adesso sotto: tac, l’appiccico, questa mi viene subito.
Mi guardo un po’ allo specchio, gli faccio una smorfia, tipo quella foto che gira di quella scimmia che sorride a 3mila denti.
La ripeto uno, due, tre volte. Mi stufo. Mi viene in mente che è da un po’ che non controllo lo stato delle unghie delle mie mani: le guardo, ahi, non sono messe bene. Evviva, ho qualcos’altro da fare.
Mi siedo a terra, cambio canzone, metto “Se telefonando”, Mina.
Prendo la lima: limo. Mi dico, canticchiando, limale bene, “Se telefonando io”, limale bene, “Potessi dirti addio”, lima meglio. Mi incazzo con me stessa, io vorrei rilassarmi facendo queste cose ma in realtà è solo una grandissima rottura di cazzo.
Limo la mano destra e solo fino all’indice (ero partita dal pollice), e il resto chissene frega no?

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Ho resistito 30 anni senza fare la manicure, vuoi vedere che proprio oggi mi cambia la vita se non lo faccio.
Finisce la canzone. Controllo con le orecchie che fuori dal bagno ci siano ancora rumori di persone sveglie: purtroppo constato che è così.
“Ma non so spiegarti che il nostro amore appena nato è già finito-o-o-o-o”.
Regalo un’altra smorfia allo specchio, questa volta faccio la faccia da rana.
Visto che mi sento un po’ sfigata vado con Motta, “La fine dei 20 anni”.
Riapro il mobile del bagno: una pinzetta.
La prendo in mano, ci gioco per un po’ passandola dalla destra alla sinistra, “La fine dei 20 anni è come essere in ritardo”, mi riguardo allo specchio, mamma mia che voglia di una birra.
Illuminazione: mesi che non mi rifaccio le sopracciglia.
Che culo, penso tra me e me, c’ho giusto qui una pinzetta che mi passo stupidamente tra le dita da tipo 10 minuti. Beh però alla fine manco sono così male, sembro un po’ Mulan ma adesso va di moda così, sopracciglia incolte e scurissime.

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Ve lo giuro, l’ho visto anche in Polonia sulle ragazze che passavano accanto a me e che erano tutte davvero molto belle e curate, avevano ste sopracciglione così delineate e spesse che non so, monumentali mi verrebbe da dire.
Sì, però, ora che guardo bene, quella destra, la mia intendo, è un po’ più lunga dell’altra, “Amico mio sono anni che ti dico andiamo via, ma abbiamo sempre qualcuno da salvare”, canticchio mentre cerco di rendere una parte di me armoniosa rispetto all’altra, cosa che in effetti mi è sempre venuta malissimo, quindi non vedo perché proprio questa sera la cosa dovrebbe essere diversa.
Eh, infatti faccio un casino.
Ho a destra un’ala di gabbiano, a sinistra un travo di malga ampezzana.
Guardo ancora l’armadietto bianco: non so proprio più cosa fare in questo bagno, e allora esco e me ne vado in quello spazio di cui sopra, l’unico in cui va internet, che sarebbe la cucina.
Davanti a me il gas, vedo il bricco del té: il fuocherello non è acceso, forse mio padre l’ha già bevuta la sua tisana, e sta per andarsene a letto.

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Metto su “Pazza idea”, e mai ci fu scelta più azzeccata perché dopo 3 minuti, tempo di accendere il computer, lui se ne viene di qua e con aria del tutto prevedibile e mi dice: “La vuoi una tisana? Sto per mettere su l’acqua”.
No, no, noooo, non la voglio la tisana, ho pure ancora su le strisce per i denti, che magari un’ora è anche già passata, che mi sembrava fosse un lasso di tempo così lungo e invece sono al punto di prima, solo con un sopracciglio più corto dell’altro e mezza mano con le unghie limate.
Ritmo, mi serve ritmo. Metto su “Dai tocca qui” degli Articolo 31, che mi ricorda un sacco di belle cose della mia adolescenza.
Ho il Mac davanti, un foglio di Google Drive bianco intonso davanti a me, metto giù due righe sul neuromarketing, “Dai tocca qui, dai tocca qui”, la canzone sorprendentemente mi imbarazza, cambio. Lucio Dalla, sì, Dalla, “Caro amico ti scrivo”, e intanto la striscia sbiancante dell’arcata superiore inizia a scendere e a sprigionare sapori al mentolo ma con una consistenza che mi ricorda la bava delle lumache, “E siccome sei molto lontano più forte ti scriverò”.

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Mi sforzo di ascoltare la mia musica e di scrivere cose sensate, ma i dialoghi del Commissario Montalbano che mio padre sta ascoltando giusto 3 metri più in là si mescolano ai miei pensieri, alla canzone, alle strisce per i denti. Mi innervosisco, vorrei solo una birra, un’altra volta.
L’acqua, intanto, bolle sonoramente. Arriva lui, penso, camomilla pronta, penso, sono libera,
“Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico e come sono contento di essere qui in questo momento”.
Ma lui dice: “Sai, buono questo té, basta lasciarlo riposare in acqua bollente per soli 10 minuti”.
La dimensione temporale inizia a a dilatarsi in una maniera che ora mi pare intollerabile, “L’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va”.
Mi strappo le strisce per i denti senza curarmi del risultato: attualmente sono incazzata con tutti, quindi anche con i miei denti, che mi dico se si sono sbiancati bene, altrimenti cazzi loro.
Esco a fumare una sigaretta. Mi siedo giusto fuori dalla porta, progetto tra me e me la giornata di domani.

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“Claudia metti tu a dormire il cane?”.
“Sì papà, lo metto io a dormire il cane”.
Canticchio Lady Gaga, In the shallow, shallow we're far from the shallow now.
Spengo la sigaretta. Nel frattempo non ho sentito mio papà andare di sopra, in camera, quindi decido di contare fino a venti, stupidamente, ad alta voce.
Lo faccio fin da piccola: se conti fino a X allora succederà Y.
1-2-3-, domani vado in quell’azienda lì, 9-10-11, come mi vesto? La camicia gialla sarà mica troppo azzardata che sono bianca pallida? 17-18-19- sarà ben andato a letto lui, ora entro e scrivo un po’.
20. Entro.
Torno al computer, diretta alla mia postazione, piena di ragione. Non ci penso neanche un secondo, metto su The Blondie, One way or another.
“Buonanotte Claudia, domani a che ora ti alzi?”
“Bah, guarda, solito, 7 e mezza. Buonanotte”.
“I'm gonna find ya I'm gonna get ya, get ya, get ya, get ya on way, or another”.
Libertà.

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Io e il mio Mac, io e la mia birra. Apro il frigo. Nessuna birra. Merda.
Mi viene in mente che forse in macchina ho delle birre, non che io sia solita girare con birre in macchina eh, sia chiaro, ma sto colpo le avevo.
Aspetto ancora un attimo, metto giù una scaletta dei punti che vorrei toccare nel mio scritto di questa mezzanotte e mezza di un lunedì ignorante. Pregusto la stesura, faccio il check delle 3 birre che ho in macchina e decido che punterò sulla rossa.
Esco per prenderle, ne approfitto per un’altra sigaretta, “I will drive past your house and if the lights are all down I'll see who's around”.
Tiiiing, sistema di apertura macchina elettrico.
Prelevo la mia birra, mi siedo, accendo la sigaretta. Penso che un’oretta da sola è ciò che mi ci vuole, che stupida ad innervosirmi per nulla, dovrei essere più zen.

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Silenzio, luci spente, io e la mia birra che tra un po’ aprirò davanti al mio computer. Chiudo gli occhi, metto su i Beatles, Let it be.
Rituali, anche questi. Mi sento in pace col mondo.
Quando sono per i cavoli miei è tutto più semplice.
“Let it be, let it be, whisper words of wisdom, let it be”.
“Claudia, hai aperto tu la tua macchina? No perché ero in camera e ho sentito che qualcuno apriva una macchina”.
Sì papà, ero io.
Fanculo. Vado a letto.

C.
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