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Senza fissi numeri

Ho fatto il liceo scientifico perché l’unica altra opzione, il classico, era in un edificio vecchio e puzzolente con corridoi decorati da scaffali con animali morti a galleggiare nella naftalina.
Dopo cinque anni di battaglie per ottenere qualcosa che superasse il sei in qualsivoglia materia scientifica, la sera del mio diploma ho acceso un falò dentro a un bidone di latta e, danzando in cerchio, ho invitato tutti i miei amici a gettarvi dentro gli appunti di matematica, scienze e fisica, in un rito di transizione il cui mantra suonava qualcosa come: “Al diavolo numeri, vado a fare l’artista!”.

Photo by Khara Woods on Unsplash

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Dieci anni e una partita IVA dopo, sento che sono stata ingiusta nei loro confronti. E non lo dico solo perché vivo facendo proporzioni (“Se x sta a 100, quanto è il caspio di 4% che devo dare alla caspio di INPS?”) ma perché, sotto sotto, nel profondo, trovo i numeri incredibilmente rassicuranti.
Quando sei giovane sogni l’indipendenza e la definisci come la libertà di poter prendere decisioni senza aver bisogno del parere e del supporto altrui.
Poi cresci, vai a convivere, senza fisso stipendio, e ti rendi conto che l’indipendenza è fatta dalla seguente equazione.

Ricavi – Spese > 0 = Indipendenza

There are no dicks, folks, direbbero gli Inglesi. La regola base è questa.

Photo by Roman Mager on Unsplash

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Con gli anni, però, mi sono resa conto che, come accade sempre in matematica, ecco che al teorema si presenta un corollario.
In Gennaio io e G. ci siamo regalate il Kakebo. Si tratta di un sofisticato strumento di tortura sadomaso giapponese basato sull’astratta e ormai poco nota arte del Budgeting, andata a farsi benedire probabilmente con il cadere in disuso della materia scolastica chiamata Economia Domestica.
Il giochino è molto semplice. Inserisci quanto incassi e quanto spendi, ti dai un budget per le varie spese e poi, alé, osservi dove vai a spendere.

Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

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La sensazione che si prova quando si vedono tutti quei bei numerini allineati nelle varie caselle è puro godimento. È rassicurante sapere che, se il mese tale hai incassato x, per spendere hai a disposizione y.
Ma mai quanto lo è vedere che, sì, puoi non solo andare in pari ma, addirittura, certi mesi, risparmiare qualcosa.
“METTERE SOLDI DA PARTE! FANTASCIENZA!” urla la massa.
Nel corso dell’inverno e della primavera 2018 ho indossato la mia palandrana da Paperon de’Paperoni e, calcolatrice alla mano, ho conservato ogni scontrino, misurato e ponderato ogni spesa, valutato ogni acquisto e, mese dopo mese, ho visto il gruzzolo crescere.

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Mi dopavo di numeri e tutorial di Youtube sulla nobile arte del minimalismo (ben lontana da essere una cazzata, ne parleremo in seguito) e sentivo dentro di me crescere sicurezza e determinazione.
Ogni cifra riportata nella casella degli incassi era una tacchetta sul letto della mia autostima.
Ce la faccio, ce la posso fare, pensavo.
Cazzo, di questo passo a breve mi potrò sposare, pensai a un certo punto (per la gioia di G.).
E lì, ci fu la prima doccia fredda, il primo momento di lucidità dopo il lungo inverno di trip.
Quanto costa, sposarsi?
Sarei riuscita, dopo il matrimonio, a mantenere almeno parte del mio gruzzolo o sarebbe bastato a malapena?

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Improvvisamente di fronte a me si palesarono tutte quelle spese importanti che fanno parte della vita di una persona e che, al momento, ero ben lontana dal poter affrontare.
Poi arrivò la seconda botta di consapevolezza, un’altra doccia di acqua fredda che menomale che fa un caldo becco sennò si rideva.
Da quando ho terminato gli studi, in Agosto è d’obbligo fare il punto della situazione.
Cosa ho fatto quest’anno? Cosa voglio e posso fare al rientro? È la croce e la delizia di molti di quelli che, ogni anno, si devono reinventare il mestiere, credo.
Quest’attività, che durante l’anno faccio o da sola, con la povera G. o con professionisti di cui mi avvalgo (ne parleremo in futuro), in Agosto è svolta in presenza dei miei stakeholders: mamma e babbo.
Le nostre cene durano in media un’ora e mezzo perché, finito di mangiare, ci facciamo le analisi a vicenda. E c’è chi paga…

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Quest’anno, facendo un bilancio dei progetti, degli introiti e delle spese dei mesi passati mi sono resa conto di quanti lavoretti senza futuro né particolare soddisfazione io avessi accettato di svolgere per il mero fatto di mettere qualcosa in cassa.
E del fatto che, nei mesi con entrate meno consistenti, vuoi per minori impegni o ritardi nei pagamenti, o con spese eccezionali, per non andare in rosso ho dovuto appellarmi al mio gruzzolo collezionato nei mesi precedenti.
E, soprattutto, mi sono resa conto quanto la mia ricerca ossessiva di guadagno e risparmio mi avesse distolto dall’investire invece tempo e denaro nella mia formazione per diventare la professionista che volevo e voglio ancora essere.
Quello che manca nell’equazione che vi ho mostrato all’inizio, è il margine di crescita.

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Sono felice e orgogliosa di me per essere riuscita a mettere da parte del denaro ma devo accettare, anche, che se voglio essere competente e competitiva sul mercato, quel denaro lo dovrò investire in formazione, comprando e studiando libri, presenziando eventi e convegni, e in pubbliche relazioni per costruire la mia immagine professionale.
E dovrò anche accettare che, almeno per un altro po’, forse è meglio incassare meno (o non incassare affatto) ma dedicarsi a meno cose, a progetti in cui credo e che mi permettono di crescere professionalmente, piuttosto che fare tutto quello che mi viene offerto.
E questa cosa, senza soldi da parte, è quasi impossibile.
Il corollario del teorema è che se

Ricavi – Spese > 0 = Indipendenza

Ricavi – Spese > n

n = fattore di investimento

(Ricavi – Spese > 0 = Indipendenza ) < (Ricavi – Spese > n = Indipendenza + crescita)

Osservando queste equazioni strampalate, che confermano le ragioni per cui i miei genitori avrebbero potuto pagarsi una macchina con quello che hanno speso in ripetizioni di matematica per la sottoscritta, sono giunta a delle conclusioni:
1) Sono molto fortunata: non tutte le persone nella mia stessa situazione possono permettersi di dire: “Quest’anno guadagnerò meno e investirò di più nel mio futuro” perché non si trovano nella situazione economica per poterselo permettere. Sono privilegiata e di questa risorsa devo farne tesoro, perché è un dono che non ho fatto nulla per meritare.

Photo by Ander Burdain on Unsplash

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2) Nonostante questo non devo farmi accecare dalle false illusioni di stabilità e maturità che il mio conto in banca sembra darmi. Sono ben lontana dal poter affrontare una grossa spesa e, volendo adesso guadagnare meno e investire di più, me ne allontanerò ancora di più. Sono quindi ben lontana dall’indipendenza che vorrei.
Il futuro si palesa come un quaderno da riempire con cifre variabili. Certi mesi riuscirò a mantenermi e a investire. Altri mesi riuscirò a malapena a mantenermi. Altri, forse nemmeno quello.
Sarà un viaggio le cui tappe e i cui costi si possono provare a prevedere ma che, come ogni volta, sarà pieno di imprevisti, incidenti e strade sbagliate. Il tipico viaggio del Senza Fisso Stipendio.

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Nella sua imprevedibilità fa paura, come tutto ciò che è ignoto e nuovo. Non so se arriverò alla destinazione che ho in mente, se naufragherò o se, come gli esploratori del Cinquecento, troverò altro di meglio sulla strada.
Ma sono contenta di avere al mio fianco i numeri, quei segni neri su spazio bianco che traducono in coordinate le mie paure e le mie ambizioni.
Perché almeno la matematica non è un’opinione.

Aurora
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