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Sì, forse siamo fortunati veramente

Trent’anni entrambi. Io li ho compiuti lo scorso ottobre; lui qualche mese dopo.
Ci siamo conosciuti alle elementari, io mi sono innamorata all’istante (e un po’ anche lui). Ci siamo ritrovati dopo quindici anni, in un affollato sabato sera della grande città in cui vivevamo.
Lui ha trovato un buon lavoro al Nord, io ho proseguito con gli studi al Sud, e mi sono laureata. Abbiamo giocato a fare Romeo e Giulietta ai due estremi dell’Italia per sette, lunghi anni.
Dopo di che ci siamo sposati.

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Una favola. Una coppia da copertina della gente comune.
A questo punto, però, casca un po’ l’asino. L’amore muoverà pure “il sole e l’altre stelle”, ma solo d’amore non campi.
Nella piccola cittadina del Nord in cui mi sono trasferita per seguirlo non ho trovato nulla dal punto di vista lavorativo. Il Nord Est mi ha tradito, o forse sono io ad averlo caricato di troppe aspettative. Perché se mi hanno sempre parlato del mio ‘saper scrivere’ come di un Dono, probabilmente Dio non poteva farmi Dono più inutile di questo.
Un solo stipendio, tante piccole difficoltà, ma un tetto sulla testa di proprietà. Quanti trentenni, oggi, possono vantarlo?

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Noi siamo tra quei pochi, e io mi sento davvero molto fortunata, per questo. Ma anche una casa di proprietà, nella vita, non è tutto. Non è poco, ma non è nemmeno tutto.
Perché ho scoperto, a forza di essere zia, che mi piacerebbe fare la mamma. Solo che un figlio non ce lo possiamo permettere.
Non siamo una di quelle coppie che decidono di mettere al mondo un bambino solo perché, dopo quasi cinque anni di matrimonio, tutti cominciano a chiederselo. E a chiedercelo.
Il buon senso prevale sull’istinto genitoriale, anche se per me è una sorta di cane che si morde la coda: continuo a cercare un lavoro senza trovarlo, perché per il mercato, a 30 anni, sei fuori; e, con un solo stipendio, non posso pensare di diventare mamma.

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Mi trovo in una empasse non da poco, e non se ne esce.
Ma Alberto – se non si chiamasse col suo vero nome, si chiamerebbe Alberto – è tutta la mia vita. Nei 7 anni trascorsi a distanza ho pregato Dio disperata, perché ci sposassimo e non dovessi più provare quel dolore lancinante ogni volta in cui lo vedevo allontanarsi al gate dell’aeroporto. E qualcuno, in qualsiasi modo si faccia chiamare (Dio, Buddha, o che ne so), deve avermi ascoltato.
Un nostro amico, 30enne anche lui e fidanzato da quasi 10 anni, sta per perdere il lavoro.
Si accantona qualunque fantasia in merito a un matrimonio, o una convivenza. È stato di fronte a questa notizia che Alberto mi ha detto:
“Quando dici che siamo fortunati rispetto ad altri, forse lo siamo veramente…”.

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Certo che lo siamo. Perché anche se spesso mi guarda e mi dice “che vitaccia che facciamo…”, è la nostra vitaccia, quella che stiamo costruendo assieme. Quella che comunque abbiamo scelto.
Vero è che, molto spesso, nelle mie lunghe giornate solitarie provo lo stesso senso di smarrimento che si prova quando cerchiamo un articolo su un giornale, o una frase su un libro, e non riusciamo a trovarla. Ed è anche vero che forse questa storia non è del tutto positiva, in un’era nella quale dobbiamo necessariamente ostentare al mondo quanto siamo forti, realizzati e di successo.
Ma è una storia vera. La storia di due trentenni che, forse, andava raccontata.

S.
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