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Storia di una trentenne

Di anni ne ho quasi trentatré. Come i trentini che entrarono a Trento, come “gli anni de’ cristo”.
Sto decidendo se festeggiare e come, con gli amici, pochi ma buoni, che mi sono rimasti, sparsi come foglie in questa Italia disastrata.
Gli ultimi cinque anni sono stati densi, gonfi come una nube carica di pioggia in una sera d’estate. Tante cose, tante vicende, ma poca pochissima pioggia. Sono rimasta lì a caricarmi di elettricità statica e di trambusto senza mai farmi esplodere nella manifestazione atmosferica di cui avrei avuto bisogno.

Photo by Tomasz Sroka on Unsplash

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Trentatré anni e due convivenze andate male.
Una, dopo dieci anni di amore e tira e molla, attese, pause, fermo immagini, con l’amore della mia vita.
É stato un disastro completo. Mi sono sfracellata al suolo in diecimila piccoli pezzi e mi sono fatta minuscola e silenziosa per cercare di rimettere insieme almeno una piccola tazzina sbeccata.
L’altra, con un uomo meraviglioso, con uno “splendido curriculum”, ma che non mi faceva vibrare i polsi, scelto anche e soprattutto per questo.

Photo by Ryan Holloway on Unsplash

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Avevo bisogno di silenzio e calma, dopo la devastazione subìta. Così mi sono mascherata, come fosse un lunghissimo Carnevale, appiattendomi e riducendomi alle due dimensioni. Per farmi vedere, per poter essere accettata, anche se monca.
Un maremoto in bottiglia.
Ho imparato che non può funzionare. Che la verità viene sempre a galla e che non ci si può nascondere dietro alle dita socchiuse, sbirciando da lontano la vita che ci scivola dinnanzi.

Photo by Tiko Giorgadze on Unsplash

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Ho imparato che spesso “nessuno” è la persona di cui si ha bisogno, che la compagnia non adatta rende più soli di una casa deserta.
Ho imparato che, chi nasce prisma non può morire rettangolo, che non si può limare gli angoli fino all’osso perché non è osso, ma cuore e pulsa e vibra e sanguina.
Ho imparato che andarsene da una casa condivisa è tanto difficile, quanto vedersela svuotare da chi ci ha lasciato, che spesso gli spazi vuoti devono rimanere tali per poter essere riempiti davvero, prima o poi.

Photo by Philipp Berndt on Unsplash

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Ho imparato che ricominciare, a trentatré anni, è difficile come a ventotto, ma forse meno. Che crescendo ci si vuole più bene e si è più indulgenti con se stessi o almeno, più propensi ad esserlo.
Ho imparato che, andare avanti, richiede delle radici profonde, un grande atto di fede, occhi chiusi, braccia spalancate e perdita di equilibrio, ma che si sopravvive.
Si sopravvive a tutto.

Photo by Nitish Meena on Unsplash

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Non so quest’ anno cosa ne farà di me, non so che sguardo poserò sul mondo la mattina del mio trentatreesimo compleanno, ma so che posso farcela, che possiamo farcela.
So che questi trent’anni sono l’età migliore mai vissuta, per la completezza e la gentilezza che li pervade, nei confronti miei e del prossimo, e se questi sono i presupposti non oso immaginare che meraviglia che saranno i quaranta.
Sono pronta. Non mi nascondo più.

F.

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