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Trenta e uno

Non lo so come li immaginavo i miei 30 anni. A 20 rispondere alla domanda “come ti vedi tra 10 anni” mi terrorizzava.
Dieci anni mi sembravano un’eternità. Adesso mi rendo conto di quanto il tempo, invece, sia volato. Ne è passata di acqua sotto i ponti, la vita me ne ha presentate parecchie di disavventure. Mi sono alzata sempre, un po’ ammaccata forse, ma ho tenuto botta. E tengo botta, sempre e comunque.
Così come sono, con i miei difetti, le mie stranezze e perché no i miei pregi.
Perché a 30 anni impari finalmente a piacerti, così come sei, perché così come sei non sei niente male.

Photo by frank mckenna on Unsplash

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Succede però che tutta questa consapevolezza da trentenne mi porta ad essere sempre un severo arbitro di me stessa, a coltivare ancora, nonostante tutto, un perenne stato di insoddisfazione. Il lavoro che non decolla, cupido che perde sempre la strada di casa mia, la costante voglia di cambiare città e poi non farlo mai, chissà poi se per mancanza di serie opportunità altrove, come racconto a me stessa o semplicemente, per paura.
E allora è ai miei 20 anni che torno con la mente in giornate come queste, quando fuori diluvia e la noia di un sabato pomeriggio casalingo porta a perdermi nei miei pensieri.
Com’ero, cosa sognavo, dove volevo andare e soprattutto quando volevo stare con TE. La costante della mia vita. Quella sbagliata, aggiungerei. Talmente sbagliata che nessuno finora è riuscito a scalfire il mio cuore in un modo vagamente somigliante.

Photo by Ali Morshedlou on Unsplash

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In momenti come questi mi piace rifugiarmi in un posto immaginario. Io lo chiamo il mondo parallelo delle storie mai vissute.
In questo mondo parallelo mi piace immaginarci finalmente in grado di darci una possibilità. Io e te, intendo. Mi piace immaginarci in un monolocale a Trastevere che possiamo permetterci perché tanto è un mondo immaginario e ‘sti cazzi del mercato immobiliare del mondo reale.
Tu che mi porti il caffè a letto, io che ti prendo in giro perché passi in bagno più tempo di me. Io, specialista della cucina che si prepara in 10 minuti, che ogni tanto azzardo una parmigiana o una lasagna e mi diletto in tiramisù e muffin al cioccolato. Tu, addetto alla spazzatura e a stirare le camicie perché “Dai che tanto si stirano addosso”.

Photo by Toa Heftiba on Unsplash

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Litighiamo per il telecomando perché “no anche il posticipo no, è tutto il pomeriggio che guardiamo partite. Tra poco comincia Scandal su Fox”, tu insisti, io mi arrabbio e cambio stanza. Poi vieni a cercarmi, abbatti il mio finto muso arrabbiato e guardi Scandal insieme a me (io però nelle pubblicità cambio canale per controllare che stanno a fa nel posticipo).
Litighiamo per tante altre cose, litighiamo e io esco di casa sbattendo la porta. Per smaltire il nervoso ho bisogno di acqua e del mio i-pod con Ligabue. E per me acqua a Roma significa Lungotevere. Mentre passeggio verso casa faccio il giro lungo e passo per Santa Maria in Trastevere e ti trovo lì, che mi aspetti, sui gradini della fontana.
“Se steccamo un gelato?” “Daje”.

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La domenica, di tanto in tanto, andiamo allo stadio a vedere la Roma, in Tevere, perché io sono una tifosa da tribuna. Altre volte mi porti in giro per la “tua” Roma, che non mi stanco mai di vedere questa città attraverso i tuoi occhi. In questo posto magico dove finiscono gli amori mancati per un soffio ci abbiamo provato ed abbiamo avuto ragione. Abbiamo vinto noi.
É bello questo mondo che non esiste. Mi piace tornarci, ogni tanto. Quando sono triste, nervosa, quando le cose non vanno come dico io. Mi piace tornarci anche solo per ricordarmi com’era provare certe emozioni, ricordarmi di essere in grado di provarle.
Aspettando il giorno in cui, spero, le proverò ancora.
Senza averne paura, stavolta.

S.
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