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Trentatré anni

Quando mi soffermo a pensarci mi pare impossibile siano così tanti.
Corro a prendere la carta d’identità, accertarmi del mio anno di nascita, dell’anno presente.
Eh sì, sono giusti. Tutti quanti. E ancora mi sembra di averne quindici a volte.
Ho sempre sentito di non essere mai cresciuta davvero.
Nonostante la distanza dalla mia famiglia d’origine. Nonostante la convivenza. Nonostante i millecinquecentoventi problemi al secondo che ho affrontato da quando ho deciso di partire quattordici anni fa.
Sempre da sola.

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Sempre con i miei genitori pronti a farmi da rete di salvataggio quando scivolavo troppo in basso.
Trentatré anni.
E ancora mi sembra di averne quindici a volte.
Nonostante la gravidanza e il parto. Nonostante i millemila lavori trovati, cambiati, persi. Nonostante i due anni da imprenditrice. Nonostante i quasi sei anni di maternità. Che in effetti è proprio l’unica cosa che mi fa davvero rendere conto di essere cresciuta sul serio.
Trentatré anni.
Mi guardo indietro e sì, mi rendo conto di averne fatta di strada con queste due gambe che amano macinare chilometri come se non ci fosse un domani.

Non ero che un fragile pulcino bagnato, ora mi sono resa conto di essere invece roccia granitica.
E lo devo tutto alle esperienze che mi porto dentro. Un disturbo che mi affligge da vent’anni, con cui combatto una guerra strisciante e invisibile ogni giorno, che a tratti riesce a sfuggire al controllo e mi riprende tra le sue spire.
Il senso perenne di incompletezza, quello scontento di fondo che mi accompagna da sempre e da sempre mi spinge a cercare, studiare, indagare… scoprire.
Vivevo da morta e non lo sapevo. Avrei compiuto trent’anni di lì a pochi mesi, quando finalmente mi sono svegliata. Sono trascorsi tre anni e ora mi guardo indietro e sì, devo ammettere di essere stata brava.

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Ero un fragile pulcino bagnato e impaurito ma ora no, ora sono roccia granitica. Che talvolta trema, è vero. Ma non cade mai in ginocchio. Ho fatto la rivoluzione in tre anni e tutto questo grazie a quel piccolo angelo che mi sta accanto ogni giorno, per cui ancora ogni giorno mi alzo dal letto al mattino con la certezza di avere uno scopo.
L’ho fatto perché un giorno, diventato adulto, possa dire di sua madre che era una donna forte. Meravigliosa nelle sue terribili ombre.
Avrei compiuto trent’anni in quell’anno in cui la mia vita è cambiata per sempre. Un fallimento lavorativo. L’improvvisa, agghiacciante consapevolezza del fallimento di quella storia d’amore in cui avevo investito tutto. E la scoperta che è proprio quando credi di avere toccato il fondo che ti rialzi più forte di prima.

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Un passo alla volta, con una pazienza e una costanza che neanche io credevo di avere. Le ho messe a tacere tutte, quelle voci maligne che mi dicevano che non ce l’avrei mai fatta.
Ti atteggi a superdonna, mi dicevano. È impossibile starti accanto, con questa cosa che tu sai fare tutto. Ebbene, se è impossibile allora statemi lontano. Meglio soli che in compagnia di chiunque.
Meglio soli che accanto a chi non sa apprezzarti. Non sa valorizzarti. Non sa farti risplendere.
Trentatré anni.
Una meraviglia di quasi sei anni, un peloso di undici anni che ha vissuto ogni mio cambiamento importante. Una casa che mi pare bellissima nella sua imperfezione. Un hobby che ha la smania di diventare professione e finalmente ora ci sto provando davvero.

Photo by Gijs Coolen on Unsplash

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Un lavoro che non è che un modo per pagare l’affitto, le bollette, la spesa, ma che in fondo all’anima amo davvero. E so che ne soffrirò quando lo lascerò. Perché succederà, prima o poi, di questo ne sono certa. Soltanto i morti non cambiano mai.
E io sono più viva che mai, non posso morire così.
Una cerchia di amiche che pare un po’ liquida, a tratti c’è, a tratti invece scompare. Accanto è davvero un posto per pochi, per certe persone più che per altre. E per me a volte è impossibile, lo so.
Trentatré anni.
La smania di andare oltre. Oltre i confini del lecito, oltre i miei stessi limiti.
Sentirsi invincibili e al tempo stesso così disperatamente precari in questo mondo che ci vede pian piano cedere ai segni del tempo che passa.
Vivo.

J.
itrentenni@gmail.com

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