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Il lavoro a trent’anni

Negli ultimi anni ho vissuto un cambiamento piuttosto radicale, per cui delle parti un po’ soffocate di me, tendenzialmente quelle più creative ed estrose, hanno rivoluto indietro un po’ di libertà, schiacciate dalla mia me responsabile e inquadrata.
La sfera lavorativa è senza dubbio quella che ha subìto lo stravolgimento maggiore. E siccome mi confronto spesso con amici e conoscenti che si rapportano a questa rivoluzione nel modo più diverso (da “mamma quanto lo farei anche io” a “oddio, non potrei mai farcela”), mi piacerebbe raccontare questa evoluzione, affinché possa essere di supporto o confronto per chi ci pensa da tempo o è solo curioso.
Nasco in una generazione che ha fatto della realizzazione lavorativa quella personale.

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La prima che però questa realizzazione lavorativa, in un Paese come il nostro, fa davvero fatica a trovarla.
Se ci mettete, poi, che da dove vengo io i sogni, la creatività e l’originalità hanno poco spazio di manovra, eccovi il quadro completo di chi cresce accettandosi poco e credendo poco nelle proprie possibilità.
Prontamente, infatti, dopo aver elaborato un piano per l’espatrio (fondamentale primo passo per qualsiasi cosa non sapevo bene volessi essere), ho scelto il percorso universitario che mi consentiva di darmi un’identità e di fornirla a chi mi stava intorno. Cosa studi? Lettere alla Sapienza.
Vuoi insegnare dopo l’Università? Vediamo, vorrei fare la giornalista, ma in caso contrario, almeno, ho un piano B.
Nonostante il percorso fosse ben fissato e procedesse senza intoppi, già sentivo di aver bisogno anche di altro.
Perché non iniziare subito a collaborare con qualche testata? E così ho fatto.

Avevo urgenza di buttare il cuore oltre l’ostacolo… e nessuno strumento per affrontare le conseguenze di cadute dolorose o ostacoli troppo alti.
É vero, quel periodo mi ha donato alcune delle esperienze che non dimenticherò: ho ascoltato Cristina D’Avena cantarmi al telefono Kiss me Licia, ho intervistato dei The Pills in erba che di lì a poco sarebbero diventati delle web star, ho registrato un’intervista con Francesco Montanari mentre si toglieva i pantaloni, ho portato amici a concerti, mostre, teatri e cinema.
In compenso, quel periodo, non mi ha mai fruttato una lira: mai ottenuto nulla che fosse di più di ciò che mi serviva per iscrivermi all’albo. Non sapevo sgomitare e non mi interessava devolvere l’esistenza alla causa, come vedevo invece fare a tanti colleghi.
L’ho capito, forse non troppo presto (le mie epifanie si caratterizzano per il lungo tempo che impiegano a palesarsi giganti davanti ai miei occhi), e ho deciso, non senza dispiacere, che no, il giornalismo non faceva per me.
Presa la laurea, il chiodo fisso diventa quello di essere indipendente (e di smetterla di studiare! Alzi la mano chi non la pensava come me)
Lavorare in azienda è ciò che può soddisfare la mia fame di indipendenza e identità.

Nonostante non ricordi neanche quante cose (entusiasmanti!) abbia fatto tra la laurea e il primo stage -aiutato amici a lanciare startup, scritto video promozionali per piccoli progetti, curato l’ufficio stampa di un festival di cortometraggi allora emergente, oggi di successo – per me ciò che contava era quello stage (web communication manager) che mi dava per la prima volta un inquadramento di vita, oltre che contrattuale.
Ovunque andassi, trovavo esperienza con cui farmi le ossa, la stima e la lealtà di alcuni colleghi e clienti, la disonestà, l’invidia, la voglia di sopraffazione e rivalsa di altri.
Ne ho passate diverse, come credo molti di voi (persino la frustrazione di avere un buon contratto senza che mi venissero versati gli stipendi), ma ho continuato a fare.
Del resto, fare è l’unica cosa che mi abbiano mai insegnato a fare.
Fino a che, a 26 anni, non vengo presa nell’azienda che sarà la mia casa per 3 anni della mia vita adulta quel momento in cui passi dal sentirti un ragazzino all’avere già un piccolo passato alle spalle che comincia a pesare
.
Devo molto a quella esperienza, sia perché mi ha dato l’opportunità di crearmi un bagaglio professionale di cui faccio tesoro, sia perché mi ha permesso di conoscere alcune delle persone più importanti della mia vita, a vario titolo.

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Ma anche perché un certo giorno mi ha messa di fronte a me stessa: con tutte le difficoltà tipiche del lavoro in qualsiasi realtà aziendale, da progetti più o meno riusciti, a clienti più o meno scontenti, a colleghi e capi più o meno accomodanti – per dirla così – io mi sentivo fuori posto.
Non sono brava. Sono l’anello debole. Ho i miei primi attacchi di ansia. Devo frenare.
Lo ripeto: una grande opportunità.
Dentro di me c’è solo un baco che scalpita per diventare farfalla. Solo che non ho mai avuto, prima, gli strumenti giusti per favorire questa trasformazione.
Quando lascio il lavoro a tempo indeterminato avevo solo scelto che quel baco diventasse farfalla, e che lo facesse con le sue ali, senza altri che gli dicessero come fare. Non sapevo in che modo, ma sapevo che ce l’avrei messa tutta per farlo.
Erroneamente, però, almeno all’inizio ho pensato che da quel momento in poi, in questa trasformazione, il lavoro avrebbe ricoperto un ruolo marginale nella mia vita, con obiettivi meno ambiziosi e minori aspettative, lasciando così lo spazio ad altre parti di me di crescere e svilupparsi.

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Già pregustavo di raccontarvi di viaggi e persone quando, che ve lo dico a fare, è arrivata la pandemia.
Nonostante un iniziale ottimismo condito con creatività e voglia di fare, e un inaspettato successo dei piccoli progetti che decidevo di intraprendere, il binomio pandemia mondiale e apertura fresca fresca della partita IVA non mi ha risparmiato stanchezza e panico.
Dovresti fermarti e pensare a ciò che vuoi.
Perché non cerchi un posto fisso?
Perché non torni in azienda?
Le insicurezze corrono veloci (com’è che diceva Jovanotti? “Dentro la mia testa ci son più bestie che nella foresta”?).
Ebbene, proprio quando pensavo di vivere un tempo sospeso, ecco che mi rendo conto che io quel tempo lo sto vivendo. Contro ogni previsione, tutti noi, mentre ci lamentiamo di questa orribile situazione, abbiamo saputo adattare la nostra vita ad una nuova normalità, per quanto assurda. Forse ci sentiamo più come dei sopravvissuti, ma guardandoci bene allo specchio, sono sicura, quelli che vediamo sono tanti piccoli eroi.
Cominciano ad arrivare i feedback positivi per il lavoro che faccio completamente con le mie forze, e il percorso inizia a delinearsi da sé: me la cavo da sola fin dal primo giorno e raccolgo i primi – seppur timidi – risultati della mia semina. È più faticoso (ho un PhD nel complicarmi la vita), ma è mio e ne avevo davvero bisogno.
iStock-696948290-770x513Allora non è vero che col passare del tempo do un’importanza sempre minore al lavoro!
Io amo il mio lavoro. Per me è importante oggi quanto lo era prima.
Ho avuto l’opportunità di cambiarlo radicalmente eppure non l’ho fatto. L’ho plasmato, sì, ma non sono andata in un’isola tropicale a vendere ananas sulla spiaggia.
Ciò che mi serviva di capire, a trent’anni (due lauree e niente, non ci sono arrivata prima) è che io non sono il mio lavoro.
Almeno non sono solo quello.
Non ho bisogno di un percorso lavorativo a cui aggrappare la mia identità, bensì di uno strumento che mi aiuti a decodificarla questa identità, a conoscermi meglio. Capire quali sono i miei punti di forza ed esaltarli, chi sono i compagni affidabili, quali le guide, e star loro al fianco, quali sono i miei punti di debolezza e migliorarli, quali le cose che non fanno per me ed evitarle, quali le tipologie di persone tossiche e star loro alla larga. Scovare la farfalla dentro al baco e convincerla ad uscire.
Sono sicura che quella farfalla si trova dentro ognuno di voi, e non importa che percorso prenderà il suo volo, l’importante è che spieghi le ali.

da Avere30anni.it
di Maria Flavia Vecchio

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