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La Guerra dei Trentenni

Una delle cose che non mi è mai piaciuta dei 31/12–01/01 è il resoconto.
“Madonna che stress, che perdita di tempo” mi sono sempre detto. Tirare le somme su ciò che si è fatto o non si è fatto dell’anno appena passato e stilare una classifica con tutti i buoni propositi per l’anno successivo? Davvero?
Sappiamo benissimo tutti che, in fondo in fondo, è solo una gigante bugia che ci raccontiamo per mascherare la consapevolezza che non tutto andrà come speriamo. Neanche l’anno che verrà, neanche quello dopo.
Ma non perché siamo dei falliti; anche la persona più determinata di questo mondo, che il prossimo 31/12 sarà riuscita a spuntare tutte le voci della sua lista personale, alla fine del ciclo, non si sentirà pienamente appagata. Perché ci sarà sempre qualcosa che –magari neanche per “colpa” sua– non sarà andata come sperava.
Brutte le pagelle, non mi piacciono proprio. E siccome non mi piacciono, adesso ne faccio una anch’io.
Non è il 31/12, siamo a metà Maggio del 2020 (che passerà alla Storia –almeno alla mia personale– come un anno di merda), ma la pagella la faccio lo stesso.
Bene, iniziamo.
COSE CHE HO FATTO:

  • Messina

Sono nato a Messina, una delle città meno belle di un’isola fantastica ma che, per me, rimane affascinante. Sono cresciuto lì, ho studiato, ho coltivato amicizie e passioni, ho imparato a conoscermi meglio.

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A 4 anni ho capito (anzi, l’ha capito mia madre dopo che avevo distrutto la lavatrice a furia di colpi e calci) che mi piaceva suonare la batteria. Battevo su qualsiasi superficie, anche sulla mia pancia, e avevo un senso del ritmo pazzesco. Ricordo che una sera stavo giocando con le costruzioni sul tappeto, con la TV accesa in sottofondo. Ad un certo punto è arrivato Tullio De Piscopo a suonare la batteria. Ho messo via le costruzioni e sono rimasto incantato a guardarlo fin quando non ho sentito gli applausi del pubblico. Cavoli, quel suono era ciò che volevo dire al mondo: questo ho dentro, questo ritmo, e voi tutti dovete ascoltarmi, vi romperò i timpani, gli oggetti, le palle, vi farò venire il mal di testa, ma dovete ascoltarmi! Non ero solo un casinaro, sapevo anche essere riflessivo.
Infatti qualche anno più tardi, alle elementari, ho scoperto che mi piaceva tantissimo leggere.

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A scuola, la mia maestra aveva indetto un’iniziativa tra i compagni: ognuno di noi avrebbe messo a disposizione un libro per 2 mesi e ne avrebbe preso in prestito uno di un altro compagno. Una sorta di biblioteca di classe. Ricordo il primo libro che ho letto, “Storia di una gabbianella…” di Sepulveda. In poco più di una settimana lo avevo già finito.
I libri li divoravo, mi è sempre piaciuto il profumo delle loro pagine, il fatto che ogni volta potessi catapultarmi in un mondo nuovo e diverso. Il fatto che potessi essere sempre un personaggio differente. Un pirata, un investigatore, un ragazzino in fuga dagli zombie… pur rimanendo sempre Andre.
Mi piaceva tantissimo anche stare con la mia famiglia, con mio fratello e i miei cugini a giocare, andare dai nonni i pomeriggi dopo la scuola, o la domenica a pranzo.
Ancora adesso se chiudo gli occhi ricordo perfettamente l’odore delle polpette al sugo della nonna e, in sottofondo dalla TV, la voce di Iva Zanicchi che annunciava il prezzo di una fantastica batteria di pentole: 350 mila lire. Mia nonna che diceva “miii, poco costa!” e io che pensavo: “Ma vuoi comprarti delle pentole, che ne hai già tantissime e non vuoi regalarmi Emilio Robot?”
Il tempo passava sereno, stavo bene, credevo potesse non finire mai.

Dopo aver indovinato il prezzo della batteria di pentole

Dopo aver indovinato il prezzo della batteria di pentole

E invece eccoli lì, dietro l’angolo: preadolescenza e divorzio dei miei mi piombano addosso. Come se un gustosissimo boccone di polpette al sugo di nonna mi fosse andato di traverso e, all’improvviso, un conato di vomito. Erano tempi in cui le separazioni familiari non erano ancora “sdoganate” agli occhi delle vecchie in balcone di un quartiere di periferia. Quindi quel momento ha segnato un po’ la brusca fine della spensieratezza, mettendomi davanti alla dura realtà: preadolescente con gli occhiali in un paesino di periferia con genitori separati = sfigato.
Glissiamo sull’adolescenza che, a parte forse il terzo anno di superiori, è stata una specie di medioevo non rivalutabile, tra friendzonamenti vari, amici che lasciano la città, altri che lasciano il mondo e tutti, comunque, lasciano sempre un vuoto difficile da riempire. Una delle cose belle che ricordo di quel periodo è di aver suonato proprio tanto.

Io che suono da qualche parte, con qualche band, qualche sera di qualche anno fa (molti)

Io che suono da qualche parte, con qualche band, qualche sera di qualche anno fa (molti)

E così arriviamo all’università. Un’altra delle passioni che avevo (e ho) è la scrittura e questa, aggiunta alla mia coscienza critica, mi ha portato ad iscrivermi alla triennale di Giornalismo. Dopo il primo anno e mezzo e alcune collaborazioni a giornali locali, ho capito che il ruolo puro e “romantico” del giornalista, che si erge a paladino difensore della verità, non esiste più. Anzi, il giornalismo è diventato un ingranaggio di un meccanismo contorto a cui sento di non voler appartenere. Fanculo il giornalismo, ho preso la laurea perché non mi è mai piaciuto lasciare le cose a metà. E ho cambiato città.

  • Valencia

Durante gli anni dell’università ho conosciuto una ragazza con cui inizio una storia. Dopo la laurea l’ho seguita a Valencia, pensando di poter fare un’esperienza all’estero più o meno inerente alla mia laurea, che mi fosse stata d’aiuto per futuri sbocchi lavorativi. A Valencia è stato bello, ho imparato a vivere da solo, facendo da me tutte le piccole cose di cui prima non mi occupavo (cucinare, lavare i vestiti, i conti per l’affitto…) e ho imparato cosa significa entrare in contatto con culture differenti, seppur abbia considerato da sempre gli spagnoli come i cugini dei siciliani.

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Oltre questo, stare a Valencia ha fatto nascere in me una nuova consapevolezza: quella di voler tornare in Italia, prima o poi.
Erano gli anni appena successivi alla crisi del 2008, tutti erano scappati via, lasciando il mio Paese abbandonato a sé stesso. Sapevo di non voler essere complice di questo meccanismo. E allora a fine esperienza sono tornato in Italia, ma non a Messina. Non c’era lavoro e sarei stato distante dalla ragazza con cui avevo convissuto in Spagna. E quindi Lombardia, Brescia, Palazzolo sull’Oglio.

  • Norditalia

Imparo in fretta che con la mia laurea in Giornalismo e lo stage fatto in Spagna non ci posso campare. Quindi abbozzo un curriculum in cui “dico in altri modi” ciò che ho imparato a fare e, dopo numerosi colloqui, mi assumono come Back office in una piccola azienda. Per 5 anni e mezzo lavoro lì, ma non va bene. Stringo i denti, cerco di farmi scivolare addosso le pressioni e i modi di fare dei responsabili incapaci e per nulla inclini a rapporti lavorativi/umani degni di questo nome. Rischio un esaurimento nervoso, ma cerco sempre di tenere duro.
Nel frattempo però riesco a riprendere in mano la passione per la batteria. Da che mi sono trasferito al nord, non sono riuscito a farmi degli amici (se non quelli che già lo erano della mia ragazza). Ma grazie alla batteria riesco a suonare in una band e conosco un amico, uno di quelli che diventerà fondamentale.

Photo by Caleb George on Unsplash

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Qualche anno dopo mi sposo e divento papà. E finalmente cambio lavoro, ma prima riesco a legare con un (ormai ex) collega, e quindi ho 2 amici. E, arrivati ai 30, farsi degli amici da zero in una città non tua, dove hai trascorso pochi anni rispetto a quelli che hai, è davvero molto molto improbabile.

  • Trent’anni

Eccomi qui. Scrivo queste righe, forse come monito, a quel ragazzino che sono stato. A quel ragazzino che voleva crescere, che scriveva sulla Smemo delle medie “in questo mare in tempesta che è la vita, io alcune certezze le voglio” (davvero, scrivevo questo. Madonna come stavo messo male). A quel ragazzino che credeva bastasse qualche anno in più per conoscere e sapere.

Le Smemo che, a fine anno, erano più grosse e pesanti delle Bibbie + testi apocrifi

Le Smemo che, a fine anno, erano più grosse e pesanti delle Bibbie + testi apocrifi

Ciao me degli “early 2000s”, volevo dirti che ti sbagliavi, non è così. Più cresci e più fai esperienze, e più capisci che “in questo mare in tempesta che è la vita” non c’è niente di certo. Tutto è mutevole e, benché si possano fare mille programmi, basta un evento a cambiare tutto, piccolo o grande che sia. “Piccolo” perché tu stesso o il tuo partner, i tuoi amici, gli eventi quotidiani possono cambiare (o farti cambiare) idea, umore, opinione su ciò che realmente vuoi. “Grande” come una pandemia, che ti costringe a stare a casa, in quarantena, a non vedere più i tuoi amici e i tuoi cari per chissà quanto tempo. Sono comunque soffi di vento che ti costringono a riorganizzarti, come quelli che buttavano giù i castelli di carte che costruivi da bambino nei pomeriggi d’estate.

Photo by Federico Fioravanti on Unsplash

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Ogni persona, per qualche motivo, non si sente pienamente realizzata o al posto giusto.
C’è chi è venuto fuori da una relazione decennale e si rende conto di non esser pronto a dover “ricominciare” daccapo.
C’è chi vuole dei figli e non li ha.
C’è chi vorrebbe cambiare lavoro e non ci è ancora riuscito. Tutti pensano che, una volta compiuto almeno uno di questi passi, possano sentirsi meglio, avere delle certezze in più. Ebbene no, non è così.
Io sono sposato, sono padre, ho cambiato lavoro. Mi sento realizzato, certo, ma quelle certezze che cercavo, che esigevo da ragazzino non sono arrivate. E forse il senso è proprio questo: capire che più si va avanti meno certezze si hanno. È difficile da accettare (in certi momenti mi sembra quasi di non riuscirci), ma è l’unica consapevolezza che riesco ad acquisire, giorno per giorno, poco alla volta. Giorno per giorno, così vivo, cercando di fare il possibile per far star bene chi voglio bene. Felice e triste, povero cristo come tutti.
COSE CHE VOGLIO FARE:

  • Vivere

Io ve l’avevo detto che le pagelle non le sopporto. A rileggere le mie parole mi rendo conto di quanto ciò che ho scritto sia completamente dissimile rispetto ad una pagella. Non mi piacciono le pagelle, faccio fatica persino a fare la lista della spesa. Ma va bene così, in fin dei conti sono sempre stata una persona coerente.
“Tutta la vita, senza nemmeno un paragone, lasciando a casa il cuore o sulle scale. Come un pallone che si è perduto, io ti saluto, io ti saluto…”

Dylan Emmett Doc
itrentenni@gmail.com

 

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