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Quando la vita ha finalmente bussato alla mia porta

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Ciao trentenni!
L’anno scorso, quando ho scoperto di essere incinta, mi ero promessa che, una volta nata la mia bambina, vi avrei scritto per raccontarvi la mia storia.
V. è arrivata 9 maggio scorso e dunque io, adesso, sono qui a mandarvi questo messaggio.
Voglio parlarvi di me perché, qualora decideste di condividere il mio trascorso, spererei di essere di supporto alle trentenni -e quarantenni- che vivono ciò che ho vissuto io e che si sentono sole e sconfitte.
Voglio dire loro, invece, che vale sempre la pena lottare e per questo motivo vi parlerò di me.

Io e mio marito abbiamo cercato un figlio per oltre un anno. Vedendo che non arrivava e avendo io, all’epoca, 35 anni, abbiamo deciso di intraprendere un percorso di PMA così da ricevere un aiuto che, pensavamo, potesse velocizzare il nostro percorso.
Cosa ve lo dico a fare: esami su esami, medicine, punture in pancia, i giorni che non passavano mai e i mesi scanditi da nuovi tentativi e nuove speranze.
I nostri esami erano tutti negativi, stavamo bene, eppure la PMA di primo livello non funzionava.

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Dopo mesi di incertezza e di decisione, abbiamo deciso di passare a quella di secondo livello, ancora più impegnativa dal punto di vista fisico per me, poiché richiedeva il pick up degli ovociti.
Ciò significava ricovero in ospedale, anestesia e quant’altro, ma decido comunque che ne vale la pena.
Il primo tentativo va subito a segno: esami del sangue positivi, sono incinta. Il ginecologo mi chiama entusiasta, dicendo che potrebbero addirittura essere due bambini. Tocco il cielo con un dito, non mi sembra vero. Tutto il dolore e il senso di smarrimento provato negli anni precedenti sembrano svanire nel nulla.
Poche settimane dopo, purtroppo, arriva il colpo di grazia. Il medico mi dice che non c’è il battito, la gravidanza non è andata avanti. Il giorno successivo ho un aborto spontaneo.
Mi crolla il mondo addosso.

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Mi chiedo perché, ancora una volta, mi venga negata la gioia immensa di avere un figlio. Non so con quale forza reggo, sia fisicamente che psicologicamente. I giorni passano e appena mi riprendo vado in ospedale per l’ultimo transfer. Resta un solo ovocita congelato nel quale io e mio marito riponiamo tutte le speranze.
Passano 14 giorni: beta hcg negative.
Niente, ancora una volta è andata male.
Decidiamo così di cambiare percorso: andare in Spagna, dove le cliniche per la PMA sono all’avanguardia. Tra le persone che conosciamo, tutti coloro che si sono recati in Spagna, sono tornati con un figlio. Andrà bene anche a noi, pensiamo.

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Iniziamo dunque la trafila.
Prendiamo contatti, eseguiamo nuovi esami e nuove visite, facciamo i colloqui. Intanto, teniamo viva la speranza di poter concepire naturalmente, proprio perché gli esami continuano ad essere negativi e nessuno può farci una diagnosi di infertilità.
A settembre iniziamo a pianificare il viaggio a Barcellona. Nel frattempo, all’improvviso, mentre la vita scorre frenetica, mi rendo conto che ho una settimana di ritardo. Non do troppo peso alla cosa, tanto che decido di godermi la giornata della domenica, certa che il ciclo sarebbe arrivato entro poche ora. Arrivata la sera, visto che nel frattempo niente era cambiato, decido di fare il test di gravidanza.
La seconda linea era poco marcata, ma c’era.

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Mio marito mi guarda con gli occhi sbarrati, perché non capisce che cosa significhi. Io indosso in fretta una tuta e voliamo in farmacia ad acquistare un test più sensibile. Torniamo a casa. Siamo eccitati e frastornati. Decidiamo di cenare per prenderci almeno un’ora di tempo, per riorganizzare i pensieri. Arriva il momento fatidico. I tre minuti più lunghi della mia vita. Quando suona l’allarme del telefono, allo scadere, dei 180 secondo, mio marito si fionda a leggere il risultato. Mi guarda con gli occhi lucidi: due linee rosse, evidenti, marcate. Io mi inginocchio in terra piangendo. Non so chi ringraziare, se non la nostra perseveranza e la nostra fiducia nella vita. Ora eccoci qua, finalmente in tre, con la nostra V.

Photo by Liv Bruce on Unsplash

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Dopo tanto dolore, un numero indefinito di esami clinici, giornate intere trascorse in ospedale, ore di buio, paura, angoscia e solitudine, il nostro sogno si è avverato.
Quindi, voglio dire a tutte le trentenni, e non solo, che vale la pena lottare fino allo sfinimento per avere un figlio. Perché magari i tempi saranno lunghi, ma la vita sa sorprenderci. Non dobbiamo rendere conto a nessuno delle nostre scelte. Se non vogliamo allargare la famiglia va bene, ma non permettiamo a nessuno di farci sentire sbagliate se quel fiocco sulla porta di casa tarda ad arrivare. Continuiamo a impegnarci, non lasciamoci prendere dall’angoscia e pensiamo, soprattutto, che non siamo sole.

Photo by Vonecia Carswell on Unsplash

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Se chiediamo aiuto ad un centro specializzato, se intraprendiamo un percorso di PMA non significa che SIAMO SBAGLIATE.
Anzi, stiamo lottando, con tutte le nostre forza fisiche e anche economiche, per il fine più nobile: DARE LA VITA.
Io vorrei che le donne che si sono trovate nella mia situazione non si sentissero sole. Mai. E spero che in qualche modo questo mio messaggio possa arrivare anche ad una soltanto di loro, per darle la forza di continuare a combattere e a perseverare.
Non c’è niente di cui vergognarsi. Niente. Dobbiamo capirlo, tutti.
V. Piange, devo salutarvi. Vi mando un abbraccio e vi ringrazio per la compagnia che mi fate da anni: siamo una generazione veramente cazzuta.
Evviva noi!

S.
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