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Trentenni tra sogni e paure enormi

Ho 28 anni – quindi sono più vicina ai trenta che ai venti – credo che se una persona del mio paesello d’origine dovesse descrivermi direbbe che sono una brava ragazza, con la testa sulle spalle e molto studiosa. La voglia di studiare non mi è mai mancata, ho seguito le regole: liceo, università.
L’università inaspettatamente è stata meno avversa del liceo, è stato un bellissimo periodo pieno di possibilità e amicizie. Mi sono laureata a 25 anni in Giurisprudenza. All’ultimo anno mi è preso il pallino di diventare Magistrato. Mi sono informata sulle diverse strade da intraprendere per poter accedere ad uno dei concorsi più difficili a livello nazionale. Le regole sono semplici, dopo la laurea, o Tirocinio in Tribunale o Scuola di specializzazione, mi informo, chiedo consiglio a chi ha intrapreso queste strade prima di me e poi, a torto o a ragione, opto per il primo.

Photo by Jesse Bowser on Unsplash

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Mi affiancano ad un magistrato presso il Tribunale della mia città per diciotto mesi.
È stata una delle esperienze più belle e formative che abbia mai fatto. Il mio affidatario aveva conoscenze e capacità strabilianti, ma era anche una persona empatica. Mi convinco sempre di più che questa è la professione che mi piacerebbe fare e voglio farcela. Sono consapevole di quanto, però, il percorso sia arduo e più di qualcuno mi consiglia di tenere aperte più strade alternative che “non si sa mai”. Trascorro, quindi, sei mesi presso uno studio di avvocato e vedo l’altra faccia della medaglia, non mi dispiace. L’avvocato dello studio in cui lavoro è un uomo buono, dedito al lavoro con una missione personale che lo indirizza nelle scelte dei clienti più del guadagno personale e il quale riconosce in me delle qualità e delle capacità; questo mi gratifica molto.

Photo by Kaitlyn Baker on Unsplash

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Sono passati due anni dalla Laurea, grazie a Tirocinio e lavoro nello Studio Legale sono riuscita a mettere via abbastanza denaro per iscrivermi ad un corso in preparazione al concorso per magistratura senza pesare eccessivamente sulla mia famiglia, che comunque resta la prima fonte per il mio sostentamento e senza il cui sostegno nulla di quello che racconto sarebbe stato possibile.
Inizio il corso, studio ogni giorno con dedizione ed impegno come se fosse il mio lavoro, le materie sono estremamente interessanti e il professore le conosce con una tale dovizia di particolari e approfondimento che tu – neolaureata con una minima esperienza lavorativa – ti senti minuscola al suo cospetto. Questo mostro sacro del diritto ti indica il punto a cui devi arrivare per potere aver qualche possibilità di riuscita, ma tu sei solo all’inizio della salita.

Photo by Jukan Tateisi on Unsplash

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A dicembre dello scorso anno immersa nello studio per il concorso, tento l’esame di Stato per avvocatura senza aver intrapreso un corso preparatorio anche per questo esame, peccando forse di superbia.
Il 2020 trascorre come tutti sappiamo. Tra bollettini terribili delle 18.00 e lockdown, continuo a seguire le lezioni a distanza ed a impegnarmi duramente, nel frattempo la pubblicazione delle date del concorso vengono continuamente posticipate – ad oggi non sappiamo nulla – . Ad agosto escono, con poco ritardo rispetto ai tempi biblici tradizionali e vista la situazione particolare, i risultati dell’esame di avvocato e non sono stata ammessa all’orale; i miei compiti sono tutti insufficienti. A questo punto divento preda dello sconforto e le domande e le paure si affollano della mia mente.

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Non sono abbastanza intelligente? Mi sono sopravvalutata? Ho 28 anni e non ho un lavoro, non ho una casa mia, in poche parole non sono autosufficiente.
E se non riuscissi mai in nessuno degli obiettivi che mi sono prefissata? Tutti questi anni di studio serviranno o sono solo una perdita di tempo? Sono stata stupida a lasciare lo studio legale in cui il mio lavoro era riconosciuto? Dovrei trovarmi un lavoro e non pesare più sulla mia famiglia?
Il respiro manca e la frustrazione cresce mi sento schiacciata tra le mie ansie personali e la pressione esterna sociale che da un trentenne si aspetta che abbia un lavoro proprio.

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Due sono le ipotesi a questo punto: continuare a provare e a credere in me stessa, a credere che questo studio non sia inutile e che questo sogno non sia irraggiungibile oppure lasciar perdere e provare altro, trovare un lavoro e non provare mai più questa frustrazione bruciante e questa paure enormi. Ad oggi, dopo pianti disperati e grazie alle parole di sostegno di chi mi vuole bene, decido di non abbandonare il mio sogno ingombrante e faticoso. Decido di lasciarmi alla spalle la delusione, che provo soprattutto verso me stessa, e di credere ancora in me. La sensazione di fallimento si è, però, fatta più concreta e i sentimenti di precarietà ed inadeguatezza che provo sono forti.
Casualmente scorre sullo schermo del mio telefono una storia “dei trentenni” dove una ragazza si chiede se tutto quello che sta vivendo abbia senso: il suo lavoro, il mutuo, lo stress.

Io mi pongo la stessa domanda solo da una prospettiva diversa: “tutto questo che sto vivendo ha senso?” Ora come ora non ho una risposta, spero solo che in futuro che questa parte della mia vita trovi un suo significato, rappresenti un primo scoglio che ho saputo affrontare o una difficoltà che mi ha aperto gli occhi oppure anche una strada sbagliata.
Vi lascio con una preghiera: state vicini ai trentenni dai sogni enormi e ingombranti, aiutateli a non abbandonare lo studio, attività faticosa e priva di qualsiasi remunerazione, cercate di non farli sentire inadeguati ed ammirate chi nonostante la paura soffocante di fallire ci prova lo stesso con caparbietà.

R.
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