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Un utero consapevolmente vuoto

Quando da bambina mi mettevo a giocare, impersonavo sempre due tipi di donne: una mamma ed un’infermiera.
Dicevo che avrei voluto tre bambini, due gemelle e un maschietto.
A 18 anni, ho iniziato a dire ai miei amici che se non avessi trovato un uomo degno entro i 30, avrei fatto l’inseminazione artificiale in Spagna.
A 22 anni, sono diventata infermiera, orgogliosa e fiera: ho cominciato a lavorare in ambulanza e a scoprire un mondo triste ed esaltante allo stesso tempo.

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Ho cominciato a pensare che con i turni e la visione cinica che stavo mettendo insieme, non sarei mai riuscita a crescere un bambino da sola.
Piano piano ho dunque abbandonato l’idea dei figli, imponendomi di pensare che non ne volevo, che la maternità non faceva per me, che sarebbero stati troppo impegnativi, che rompono eccessivamente le palle e che i gatti li battono in simpatia 10-0.
Quindi, ho adottato quattro gatti. Ho avuto qualche storia, ma mai niente di realmente bello da farmi pensare che potessi meritarmi il privilegio di una famiglia.
Poi è arrivato G., l’amore della mia vita.

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Poco dopo sono arrivati anche i 30 anni e la combinazione delle due cose ha creato una potente reazione chimica che ha agito ed agisce tutt’ora sul mio utero e sul mio cervello creandomi un gran caos: un fiume di sensazioni ed emozioni potente e contrastanti che di tanto in tanto mi mandano in tilt.
Ogni volta che vedo G. con sua figlia, mi innamoro un pochino di più di lui: è un padre meraviglioso.
Penso inevitabilmente a quanto sarebbe straordinario vederlo con il nostro bambino (perché sono certa che sarebbe un maschio) in braccio. Penso a quanto vorrei che gli insegnasse la bontà di una merenda pane e salame, o quanto può essere utile e divertente fare i lavoretti di casa per aggiustare tutto ciò che si può.

Vorrei che gli insegnasse a giocare a basket, che lo spronasse in uno sport qualsiasi (escluso il calcio) a dare il meglio di sé, che tifasse per lui ad ogni partita e che gli insegnasse ad organizzare compiti e sport senza dover rinunciare a nulla.

Penso a quanto sarebbe bello e gratificante insegnargli a parlare, a leggere e a fare i compiti.
Penso a quanto sarei felice sentendolo svegliarci la mattina di Natale scoprendo che Babbo è passato a mangiarsi la torta e i biscotti.
Penso a quanto sarebbe bello allattarlo, abbracciarlo, annusarlo e saperlo “nostro”.
D’altra parte, invece, penso a quanto sarebbe snervante non dormire o sentirlo piangere per ore senza essere riuscita a consolarlo.
Soprattutto negli ultimi due anni, il desiderio di maternità si è fatto strada in me con la stessa delicatezza di un cavallo Mustang la prima volta che lo si prova a cavalcare.
Ci sono volte in cui mi rendo conto di passare interi minuti ad accarezzarmi la pancia sperando che, chissà come, la spirale perda improvvisamente efficacia e un piccolo ovulo fecondato possa attecchire al mio endometrio.

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Eppure la spirale è appena stata cambiata in maniera più che corretta, sono seguita e controllata e, soprattutto, ho TROPPE paure per pensare seriamente di poter mettere al mondo una creatura.
Paura, innanzitutto, di non essere all’altezza, di fare errori talmente grandi da portarmi dietro gli esiti per i prossimi 50 anni.
Paura di non essere in grado di dargli tutto ciò di cui ha bisogno.
Paura di insegnargli cose sbagliate.
Infine, paura- che rasenta il terrore- di non essere poi più in grado di amare come adesso G, con la conseguenza che si rechi presso altri lidi.

Ci sono giorni in cui vengo schiacciata dalla dicotomia del “Sì, lo voglio” e “No, per carità” e non so cosa fare.
Intraprendo lunghe e a volte anche interessanti discussioni con me stessa e le concludo dicendomi che me pentirò, ma che non ho la possibilità di procreare: mancano le condizioni logistiche di base. C’è solo l’amore che provo per G e quello che, certamente, proverei per il bambino, ma mi convinco che non è sufficiente.
La mia parte razionale vince ancora.

Anonimo
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