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Una Storia che ce l’ha fatta (forse)

Partiamo da un fastidio immane.
A 30 anni non puoi essere più etichettato come “giovane”, sei adulto e vaccinato (si spera con due dosi) e devi prendere le tue responsabilità, non sei più un bimbo o un adolescente. Nella narrazione generale si trovano le gare di velocità (a 20 anni ha già il dottorato, parla 26 lingue e ha conquistato Nizza e la Savoia) oppure l’insopportabile paternalismo che vede i “giovani” come una cucciolata di teneri cagnolini da accudire fino ai 40 anni, senza mai metterli in condizione di essere indipendenti.

Photo by Judi Neumeyer on Unsplash

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Nella mia carriera scolastica ho fatto la collezione di 9 e 10 in quasi tutte le materie. Sono stato il primo laureato della mia famiglia, col massimo dei voti e in tempo. Sono diventato manager a 28 anni in Regno Unito. Aggiungiamoci anche un matrimonio e un bimbo in arrivo.
In teoria ce l’ho fatta? No, il mondo attuale è un castello di carta che si basa su equilibri immani.
Basta un errore, un imprevisto e tutto crolla. Non importa se ho studiato e lavorato anche di notte durante l’università. In questo momento, la realtà è fatta da case in condivisione anche a 40 anni, perché nelle grandi città i salari bassi e/o precari fanno sembrare un miraggio anche un monolocale.

Photo by Lasse Jensen on Unsplash

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Mentre nel paesino continui a vivere a casa dei genitori, perché il lavoro non c’è.
Sono arrivato a 10 traslochi negli ultimi 6 anni, ho vissuto anche in case con 7 persone. Non tutte le cucine hanno lo spazio per un tavolo e la lavatrice è un bene di lusso.
Oggi è socialmente accettabile uno stage full time a 600 euro destinato a persone laureate con esperienza e non ispira alcuno scandalo che quella cifra equivalga ad una stanza singola in periferia a Milano o ad una retta di asilo nido.
I trentenni si trovano completamente da soli davanti a questi problemi. Ci sono milioni di persone che hanno bisogno delle pensioni dei genitori per poter vivere.

Photo by Jukan Tateisi on Unsplash

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E non sono choosy, ma è socialmente accettabile che lavorino per una miseria, tanto i genitori li “accudiscono”.
Ma il problema dei problemi, cari coetanei, è che siamo completamente soli. Economicamente, socialmente, affettivamente. Ci buttiamo giù perché tutto sembra contro di noi. Apri Instagram e vedi una vacanza alle Maldive, fatta da gente ricchissima e bellissima. Apri Linkedin e pure per lavorare in un’azienda minuscola e inutile ti chiedono di essere un talento con 26 lingue ed esperienza pure per uno stage di merda.
Uno su mille ce la fa. Tipo Gianni Morandi e gli Squid Games.
payday-2-23832.1200x675-6Se ci fosse più condivisione, più consapevolezza di poter parlare delle proprie aspirazioni e paure in modo aperto, staremmo sicuramente meglio a livello mentale e forse troviamo pure un’opportunità.
Non è un problema fisico o digitale, abbiamo centinaia di amici sui social e poi parliamo solo con 4-5 persone. Possiamo usare le chat gratis, ma tendenzialmente ci limitiamo alle banalità o a risposte ordinarie su “come stai?”.
Nessun cambiamento è iniziato da un silenzio frammentato. Siamo un assembramento di individui, non una comunità che protegge i suoi membri.
Basta solo capire quale sia il nemico corretto contro cui unirsi.

O.
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